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Il presidente della provincia di Taranto Florido ha rassegnato le sue dimissioni -irrevocabili - a seguito della vicenda che lo vede coinvolto.

Una vicenda amara, qualunque sia il suo esito finale, che coinvolge per certi aspetti la collettività e le istituzioni, per altro l'uomo, i suoi affetti, la sua famiglia. In questi casi c'è un prezzo umano da
pagare che è molto alto, ed è una situazione per la quale qualsiasi espressione risulta inadeguata, cogliendo troppo o troppo poco della sofferenza che si determina, non solo in chi è direttamente coinvolto, ma anche in chi gli sta vicino. Su questo è pertanto preferibile tacere, che recitare frasi di circostanza.

Altra cosa è invece la vicenda politica ed istituzionale, che è sottesa a quella giudiziaria: perché con questo atto si chiude una fase, si consuma un ceto politico che ha governato negli ultimi decenni, senza che sia chiara  la prospettiva e la speranza di questa martoriata provincia.
Taranto è in sedicesimo quello che l'Italia è in grande, lo è da sempre, ha rispecchiato, spesso anticipandoli,  i processi politici e culturali  del Paese.

Taranto ha avuto una forma di leghismo prima del bresciano, ha sperimentato il potere politico del mezzo televisivo prima dell'avvento di Berlusconi, la disgregazione delle forze politiche
tradizionali prima che nascesse il Movimento  Cinque Stelle.

A Taranto vi è una presenza di liste civiche imponente,  sia quelle di estrema destra del partito antenna di Giancarlo Cito, che ha governato per buona parte  degli anni novanta e che continua a ricevere un numero spropositato di consensi, sia che quelle di centro sinistra che governano la città dopo aver sconfitto i partiti tradizionali del centrosinistra, che erano a suo tempo rappresentati proprio dal presidente della provincia.

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Lo stesso Florido, per altro, si era affermato alla guida della provincia creando un suo movimento civico, radicato all'interno della CISL di cui era stato segretario provinciale.

I partiti di Taranto in realtà sono ologrammi, mere simulazioni di una forma priva di sostanza: occupati da capi bastone che negli ultimi 20 anni hanno saltellato  da una lista all'altra e da uno schieramento all'altro, essendo capaci, tra l’altro, di portare con se il proprio pacchetto di suffragi, anche nei più rocamboleschi ed azzardati salti politici, come se questi voti costituissero una dote personale. E' sufficiente guardare i curriculum politici dei consiglieri eletti al comune di Taranto e della stessa provincia, per verificare di quanti partiti e di quante liste abbiano fatto parte. E siccome nei matrimoni di interesse non si guarda all’illibatezza, né alla bellezza, e persino all'intelligenza ed al carattere  della sposa, ma solo alla dote i partiti politici - tutti anche quelli con un linguaggio
innovativo e con pretese di moralità -  hanno sempre accettato tutti.

Devo aggiungere che i cittadini di Taranto non sono solo vittime di questa situazione, ne sono responsabili perché hanno sempre accettato la logica del voto per l'interesse immediato, ma se qualcuno vende la propria primogenitura per un piatto di lenticchie, vuol dire che vale
solo quel piatto di lenticchie, se qualcun altro cede il proprio voto per  cinquanta euro, ha una libertà che vale solo 50 euro.

C'è quindi da stupirsi se a Taranto i veri centri di governo fossero fuori dalle istituzioni, se nel tempo la città sia stata governata dalle lobby ed dai gruppi d'interesse trasversali?

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Le scelte sbagliate che sono state fatte  nella città  non sono state imposte, sono state acquistate; l'ubicazione dello stabilimento siderurgico a ridosso della città ha avuto come sostenitori quanti volevano lucrare su quelle aree; la disattenzione al tema dell'ambiente, per decenni, è stato il frutto non solo del ricatto occupazionale, ma anche delle mance distribuite ai potenti di turno.

Ed ancora, su quante scelte del presente pesano interessi di gruppi di pressione, soprattutto legati a settori tradizionali ed arretrati dell'economia, nell'eterno dibattito tra coloro (pochi in realtà) che voglio una città a misura d'uomo - che non continui ad espandersi senza criterio - e quanti sono interessati al classico mattone, tra le emergenze crescenti e la possibilità di programmare.

Ma alla fine il cerino è in mano a qualcuno che se non è innocente non è più colpevole di tanti altri.

Una fase  si conclude, lasciando a terra gli idoli caduti, ma se non si apre una fase di riflessione attenta, non solo sulle scelte di economia che questa città dovrà fare, superata la monocultura siderurgica,  ma sulla ricostruzione di un tessuto e di una prassi democratica, sulla libertà autentica dei cittadini, che non dovranno continuare  a sentirsi costretti a votare per Barabba condannando Gesù, ma neppure dovranno essere ridotti alla disperazione di chi ritiene che alla fine è necessario che tutto crolli, perché neppure così si potrà ricominciare.

Occorre un rilancio della politica come passione, come pensiero e come etica, occorre ridare speranza  e partecipazione . Ma mi chiedo: oggi chi è in grado di raccogliere questa sfida?

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