Sono passate da poco le due del pomeriggio. In viale delle Milizie, nel quartiere Prati, Girolamo Tartaglione sta rientrando a casa dopo una mattinata di lavoro al ministero della Giustizia. Ha 65 anni, è un magistrato di grande esperienza e dirige gli Affari penali di via Arenula.
Non arriverà al suo appartamento. Nell’androne del civico 76 lo aspetta un commando delle Brigate Rosse. Un terrorista gli si avvicina e gli esplode due colpi alla testa. Tartaglione cade a terra. Gli assassini fuggono portando via la sua borsa. Poche ore dopo arriva la rivendicazione.
Dopo Moro, Roma vive ancora nell’incubo
Sono trascorsi appena cinque mesi dall’assassinio di Aldo Moro. La ferita è ancora aperta, ma il terrorismo non concede tregua. Tartaglione non è un bersaglio casuale: ha partecipato alla riforma penitenziaria del 1975, sostenendo una concezione della pena fondata sulla rieducazione e sul reinserimento sociale.
Il paradosso in questa vicenda è feroce: con Tartaglione le Brigate Rosse eliminano un uomo che aveva lavorato per rendere il sistema carcerario più umano. Durante il sequestro Moro, inoltre, il magistrato si era pronunciato contro l’ipotesi di concedere la grazia alla brigatista Paola Besuschio nell’ambito delle trattative per liberare il presidente democristiano.
Un delitto che Roma non deve dimenticare
L’omicidio rientra nella strategia brigatista di colpire uomini delle istituzioni impegnati nell’amministrazione della giustizia. La morte di Tartaglione diventa così un altro capitolo degli anni di piombo, quando anche il semplice gesto di tornare a casa poteva trasformarsi in una condanna a morte.
Oggi quella storia merita di essere ricordata. Perché il terrorismo non uccideva soltanto le persone: cercava di assassinare l’idea stessa di uno Stato capace di amministrare la giustizia senza rinunciare all’umanità.


