A soli ventidue anni, lo scrittore romano firma un esordio destinato a cambiare la letteratura italiana. Nel salotto soffocante della famiglia Ardengo c’è il ritratto di una borghesia senza ideali, aggrappata al denaro e alle apparenze. Moravia, nato a Roma nel 1907 con il nome di Alberto Pincherle, possedeva già lo sguardo impietoso di chi sembra aver osservato per una vita intera le debolezze degli uomini.
Un giovane romano contro la borghesia
Moravia aveva cominciato a lavorare al libro ancora adolescente, durante gli anni segnati dalla malattia e dalle lunghe permanenze nei sanatori. La pubblicazione avvenne presso la casa editrice Alpes e fu sostenuta economicamente dalla famiglia, dopo che il manoscritto era stato accolto con molte esitazioni. Il successo, tuttavia, fu rapido e trasformò quel ragazzo appartato in una delle voci più riconoscibili del Novecento italiano.
Al centro del romanzo ci sono Carla e Michele Ardengo, due giovani prigionieri di una famiglia ormai prossima al dissesto. La madre Mariagrazia continua a difendere le apparenze, mentre Leo Merumeci, il suo amante, cerca di impadronirsi della villa e seduce Carla. Tutti conoscono la verità, ma nessuno possiede la forza morale per cambiare il proprio destino.
La Roma dei salotti senza anima
La Capitale descritta da Moravia non è quella monumentale delle cartoline. È una Roma chiusa nelle stanze, dietro tende pesanti e mobili borghesi, dove il denaro regola i rapporti e persino i sentimenti diventano una forma di commercio. L’indifferenza del titolo non è semplice freddezza: è l’incapacità di reagire, di scegliere, perfino di ribellarsi. Michele vorrebbe difendere l’onore della famiglia, ma ogni suo gesto finisce nel ridicolo; Carla sogna una vita diversa, ma accetta di sposare proprio l’uomo che l’ha trascinata nella degradazione.
Pubblicato nell’Italia fascista, il romanzo anticipava il ritratto di una società dominata dal conformismo e dalla menzogna. Un libro profondamente romano e, quasi un secolo dopo, ancora scomodamente attuale.

