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27 ottobre 2013: ci lascia Luigi Magni, il regista che faceva ridere Roma dei suoi potenti e dei suoi peccati

Un grande maestro della satira storica e cantore della città papalina. Con Nino Manfredi trasformò papi, cardinali e popolani in protagonisti di un cinema dove la risata nascondeva sempre una verità scomoda.

27 ottobre 2013: ci lascia Luigi Magni, il regista che faceva ridere Roma dei suoi potenti e dei suoi peccati

A Roma il potere è una faccenda seria. Talmente seria che, per sopportarlo, conviene prenderlo in giro. Luigi Magni lo aveva capito benissimo. E aveva dedicato buona parte della sua vita a raccontare una Capitale nella quale si poteva finire sulla forca per un’idea, mentre per certe nefandezze bastava indossare una tonaca.

A 85 anni, moriva il regista che aveva trasformato la Roma papalina in uno straordinario teatro della commedia umana. Con una certezza: cambiano i secoli, i governi e le divise, ma i vizi del potere godono di ottima salute.

Da Pasquino al Papa Re: quando Roma rideva per non piangere

Nato a Roma nel 1928, Magni aveva cominciato come sceneggiatore prima di passare alla regia. Nel 1969 arrivò Nell’anno del Signore, ambientato nel 1825, con Nino Manfredi nei panni del ciabattino Cornacchia, segretamente autore delle pasquinate contro il governo pontificio.

Tra carbonari destinati al patibolo, cardinali inflessibili e popolani disincantati, Magni raccontava una città dove la giustizia dipendeva spesso da chi amministrava il potere. Nel cast, oltre a Manfredi, Claudia Cardinale, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi.

Nel 1977, con In nome del Papa Re, arrivò un altro capolavoro. Manfredi interpretava monsignor Colombo da Priverno, magistrato ecclesiastico alle prese con una coscienza decisamente più ingombrante della propria carriera. Un film premiato con il David di Donatello, capace di mescolare comicità e tragedia, anticlericalismo apparente e profonda riflessione morale.

Nino Manfredi, il complice perfetto della romanità

Il sodalizio con Manfredi fu uno dei più felici del cinema italiano. Due artisti capaci di raccontare Roma senza trasformarla in una cartolina per turisti. Magni non era semplicemente un regista nostalgico. Con La Tosca, In nome del popolo sovrano e La carbonara utilizzò la storia per interrogare il presente. La sua Roma era un gigantesco palcoscenico dove il popolo pagava il biglietto e i potenti pretendevano pure l’applauso.

Nel 2019 la Capitale gli ha intitolato un belvedere al Giardino degli Aranci, proprio accanto al viale dedicato a Nino Manfredi. Una riunione artistica postuma, con vista privilegiata sulla città che avevano amato e raccontato.

Magni sosteneva con forza di non essere un “mangiapreti”. Il suo bersaglio era il potere temporale, non la fede. Una distinzione fondamentale, soprattutto in una città che ha sempre avuto qualche difficoltà a separare l’altare dal palazzo.

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