Roma deve una parte della propria eternità anche a uno stormo di oche. Secondo la tradizione, nella notte del 3 agosto del 390 avanti Cristo, furono proprio i pennuti custoditi sul Campidoglio a impedire che la città cadesse definitivamente nelle mani dei Galli Senoni guidati da Brenno. Una data tramandata dalle fonti tarde e non verificabile con certezza, ma ormai entrata nel calendario leggendario della Capitale.
Starnazzando allertano Marco Manlio
Dopo avere sconfitto l’esercito romano presso il fiume Allia, i Galli avevano raggiunto Roma, trovandola quasi indifesa. La città bassa era stata occupata e devastata; soltanto il Campidoglio continuava a resistere. Lassù si erano rifugiati i difensori, decisi a proteggere i templi e ciò che restava dell’orgoglio romano.
Una notte gli assedianti individuarono un passaggio lungo la parete del colle. Cominciarono a salire senza fare rumore, aiutandosi l’un l’altro. Le sentinelle non si accorsero di nulla e persino i cani da guardia rimasero in silenzio. A svegliarsi furono invece le oche sacre a Giunone, risparmiate nonostante la fame che tormentava gli assediati.
Il loro starnazzare fece alzare Marco Manlio, che si precipitò contro il primo nemico arrivato in cima e riuscì a respingerlo. La reazione degli altri soldati completò l’opera: l’attacco a sorpresa era fallito e il Campidoglio era salvo. È questo il racconto consegnato da Tito Livio, anche se gli storici moderni invitano a distinguere il nucleo degli avvenimenti dalla successiva costruzione patriottica.
Le oche premiate, i cani condannati
Roma trasformò l’episodio in un rito. Ogni anno le oche venivano adornate d’oro e di porpora e portate in processione come salvatrici della città. Ai cani, colpevoli di non avere dato l’allarme, era riservata invece una sorte decisamente meno onorevole.
Vera cronaca militare o leggenda costruita nei secoli, la storia conserva una morale molto romana: quando le istituzioni dormono, può capitare che a salvare il Campidoglio siano quelli che nessuno aveva preso sul serio.

