Il sogno di conquistare la Capitale si infrange contro le truppe pontificie e i fucili francesi. Tre anni prima di Porta Pia, l’ultima grande offensiva garibaldina per liberare Roma finisce nel sangue.
Il 3 novembre 1867, a pochi chilometri da Roma, si combatte una battaglia destinata a segnare la storia del Risorgimento italiano. Da una parte Giuseppe Garibaldi, con migliaia di volontari decisi a sottrarre la Città Eterna al potere temporale dei papi. Dall’altra l’esercito pontificio di Pio IX, sostenuto dalle truppe francesi inviate da Napoleone III. Il teatro dello scontro è Mentana, piccolo centro alle porte della Capitale. Il risultato sarà una pesante sconfitta per le camicie rosse e il rinvio di un sogno che si realizzerà soltanto tre anni dopo.
Garibaldi vuole Roma, ma il re gli volta le spalle
Nel 1867 l’Italia è già unita, almeno formalmente, ma Roma continua a essere governata dal Papa. Garibaldi considera la conquista della città il necessario completamento dell’unificazione nazionale e organizza una spedizione di volontari.
Il progetto prevede anche un’insurrezione popolare all’interno delle mura. Ma qualcosa va storto. Il 23 ottobre, a Villa Glori, il tentativo rivoluzionario dei fratelli Cairoli viene stroncato dalle truppe pontificie. Pochi giorni dopo Garibaldi conquista Monterotondo, ma la rivolta romana non esplode.
Il governo italiano, vincolato agli accordi con la Francia, prende ufficialmente le distanze dall’impresa. Vittorio Emanuele II arriva a condannare pubblicamente l’iniziativa dei volontari. Garibaldi, ancora una volta, si ritrova a combattere per l’Italia senza il sostegno dello Stato italiano. Senato della Repubblica+1
Il 3 novembre arrivano i francesi: i fucili che decidono la battaglia
Quando le colonne garibaldine incontrano il nemico a Mentana, la disparità delle forze è evidente. I volontari sono male equipaggiati e inferiori di numero rispetto ai reparti pontifici e francesi.
A fare la differenza sono soprattutto i modernissimi fucili Chassepot, armi francesi a retrocarica che consentono una maggiore rapidità di tiro rispetto a molte delle armi utilizzate dai garibaldini.
Lo scontro è violento. I volontari cercano di resistere, ma finiscono per cedere alla superiorità avversaria. Sul terreno rimangono centinaia di morti e feriti. La spedizione è finita. Garibaldi ripiega verso il confine del Regno d’Italia, che attraversa a Passo Corese. Poco dopo viene nuovamente arrestato. Treccani+1
Il paradosso del Verano: Roma conserva il monumento ai nemici di Garibaldi
La battaglia lascia nella Capitale una testimonianza curiosa e poco conosciuta. Al cimitero monumentale del Verano, nel Pincetto Vecchio, si trova infatti un monumento dedicato ai soldati pontifici caduti a Mentana e negli altri combattimenti del 1867.
Lo volle Pio IX per celebrare coloro che avevano difeso il suo potere. Progettato da Virginio Vespignani, presenta un gruppo marmoreo raffigurante San Pietro che consegna una spada a un crociato.
Dopo la conquista di Roma, nel 1870, quel monumento divenne il simbolo di una memoria storica controversa. Nel 1871 vi fu persino apposta una lapide, oggi non più presente, con cui la nuova Roma italiana prendeva polemicamente le distanze dall’omaggio ai combattenti pontifici. sovraintendenzaroma+1
Tre anni dopo, la rivincita di Porta Pia
La sconfitta di Mentana non chiude la questione romana. Nel settembre 1870 la guerra franco-prussiana costringe Napoleone III a ritirare la protezione militare dalla città. Il 20 settembre i bersaglieri italiani aprono la breccia di Porta Pia e Roma entra a far parte del Regno d’Italia. Garibaldi non sarà il protagonista di quell’ultima conquista, ma il sacrificio dei suoi volontari avrà contribuito a mantenere viva la battaglia politica per Roma Capitale.
Il 3 novembre 1867, dunque, Roma rimase nelle mani del Papa. Ma a Mentana si consumò uno degli ultimi capitoli di una storia che avrebbe cambiato per sempre il destino della città.
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