In questa data Antonio Matteucci emanò il regolamento pontificio sulle vetture e sugli altri mezzi di trasporto. Servivano patenti, licenze e regole persino quando gli ingorghi erano provocati dai cavalli. A Roma il traffico non è un problema moderno: ha semplicemente cambiato motore. Quando le automobili appartenevano ancora alla fantascienza, il direttore generale della Polizia pontificia, monsignor Antonio Matteucci, emanò il Regolamento sulle vetture ed altri mezzi di trasporto. Una sorta di antenato del codice della strada, pensato per mettere ordine tra carrozze private, vetture da piazza, diligenze e omnibus trainati dai cavalli.
La mobilità collettiva aveva infatti cominciato a svilupparsi nella Roma papalina intorno alla metà dell’Ottocento grazie all’iniziativa privata. Gli omnibus – il nome latino significava “per tutti” – erano carrozze simili alle diligenze postali, capaci di trasportare contemporaneamente più passeggeri. Una delle prime linee avrebbe collegato già dal 1845 piazza Venezia alla basilica di San Paolo fuori le Mura; un’altra raggiungeva la stazione ferroviaria provvisoria di Porta Maggiore.
Patente del Municipio e licenza della Polizia
Il regolamento stabiliva che chiunque volesse esercitare a Roma un’attività con vetture da rimessa, da piazza o da viaggio non potesse limitarsi a ottenere la patente municipale. Doveva richiedere anche una specifica licenza alla Direzione generale di Polizia. Il controllo pubblico, insomma, procedeva già su due corsie parallele: quella del Campidoglio e quella delle autorità pontificie.
Erano previste inoltre sanzioni civili e penali per i contravventori. Non esistevano autovelox, semafori o Ztl, ma esisteva già il principio destinato ad accompagnare per sempre la mobilità romana: per circolare non bastava possedere un mezzo, occorreva soprattutto avere i documenti in regola.
Il regolamento equiparava gli omnibus alle vetture da piazza, riconoscendo così la nascita di una prima forma di trasporto pubblico urbano. Roma cominciava lentamente a trasformarsi, mentre carrozze, pedoni e animali si contendevano strade spesso strette e poco adatte a sostenere una mobilità in crescita.
Sono passati quasi centosettant’anni. I cavalli sono scomparsi, gli omnibus sono diventati autobus e le vetture da piazza si chiamano taxi. Sono rimaste le licenze, i regolamenti, le polemiche e soprattutto il traffico. Perché a Roma i mezzi cambiano, ma l’ingorgo è patrimonio storico. Il traffico qui è come la città stessa: eterno.

