Una piena devastante che travolse la città medievale
Roma ha sempre avuto un rapporto complicato con il Tevere. Lo ha amato, celebrato, attraversato con i suoi ponti e trasformato in uno dei simboli della propria grandezza. Ma per secoli lo ha anche temuto. Perché il fiume biondo, quando decideva di uscire dagli argini, non chiedeva permesso a nessuno. Nemmeno ai papi.
Il 6 novembre 1277, secondo le ricostruzioni storiche, Roma fu investita da una delle grandi alluvioni del Medioevo. Le acque raggiunsero un livello superiore ai 16 metri rispetto al riferimento idrometrico di Ripetta, penetrando nelle zone più basse della città. Una piena tanto impressionante da meritare qualcosa che, all’epoca, non era affatto scontato: una testimonianza incisa nella pietra.
Quando il Tevere entrava nelle case dei romani
Bisogna sforzarsi di immaginare una città profondamente diversa da quella attuale. Niente muraglioni, niente Lungotevere e nessuna barriera a separare il fiume dalle abitazioni. Le case arrivavano quasi sull’acqua, mentre vicoli, botteghe e magazzini sorgevano in territori continuamente esposti alle piene. Quando le piogge ingrossavano il corso del Tevere, il confine tra strada e fiume poteva scomparire. Le acque invadevano gli edifici, interrompevano i commerci e lasciavano dietro di sé fango e distruzione.

Il 1277 non rappresentò un’eccezione isolata. Già gli antichi romani conoscevano la furia del fiume, ma nel Medioevo la città continuava a conviverci senza difese adeguate. Una rassegnazione che assomigliava quasi a una tradizione cittadina: prima si aspettava che l’acqua arrivasse, poi che se ne andasse.
La lapide nascosta che racconta la catastrofe
La testimonianza più affascinante di quella giornata si trova ancora oggi a pochi passi da Ponte Sant’Angelo, sotto l’Arco dei Banchi, nel rione Ponte. È una lapide medievale, originariamente collocata sulla facciata della chiesa dei Santi Celso e Giuliano e successivamente trasferita. L’iscrizione comincia con le parole latine Huc Tiber accessit, ovvero «Fin qui arrivò il Tevere». Il testo racconta anche che il fiume, torbido e minaccioso, si ritirò rapidamente. La data incisa è il 7 novembre, mentre le ricostruzioni idrologiche collocano la piena al giorno 6.
È la più antica lapide commemorativa di un’alluvione romana ancora conservata nella città, sebbene non nella sua posizione originaria. Un documento straordinario, soprattutto perché racconta una Roma nella quale le tragedie non si annunciavano con allerte meteorologiche, ma si affidavano alla memoria dei sopravvissuti.
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