Il giovane, operaio specializzato per lavori in fune in quota è precipitato da circa dieci metri mentre lavorava al nuovo impianto di illuminazione. Indagini sulla dinamica. In Italia rafforzati controlli e norme, ma i numeri restano drammatici
Aveva 22 anni e stava lavorando di notte all’interno del Colosseo. Andrea Moretti, operaio specializzato nei lavori in fune, è morto dopo una caduta da circa dieci metri mentre era impegnato nell’installazione del nuovo impianto di illuminazione dell’Anfiteatro Flavio. L’incidente è avvenuto intorno alla mezzanotte. I sanitari del 118 hanno tentato di rianimarlo, ma non c’è stato nulla da fare.
Sul posto sono intervenuti carabinieri, magistratura, medico legale e personale degli organismi competenti per la sicurezza. Toccherà agli accertamenti stabilire esattamente cosa sia accaduto e verificare il rispetto di tutte le procedure previste. Nessuna sentenza anticipata: davanti a una morte sul lavoro servono fatti, non processi sommari.
Le norme ci sono. Ora devono salvare vite
Negli ultimi anni qualcosa è stato fatto. Dal 2024 esiste la patente a crediti per i cantieri; nel 2025 sono stati rafforzati controlli e sanzioni, introdotto il badge di cantiere e autorizzate assunzioni di 300 ispettori e 100 Carabinieri destinati alla tutela del lavoro. Nel primo trimestre 2026 l’Ispettorato ha effettuato 6.667 accessi tecnici nel settore edile.
Eppure il conto continua a essere spaventoso. Nel 2025 l’Inail ha registrato 1.189 denunce di infortunio mortale riferite a lavoratori. Costruzioni, manifattura e trasporti concentrano quasi il 60% dei decessi.
Il punto, allora, non è inventare ogni volta una nuova regola dopo una tragedia. È fare in modo che quelle esistenti entrino davvero nei cantieri: controlli, formazione non soltanto sulla carta, dispositivi adeguati, responsabilità precise negli appalti. Perché una norma che non riesce a prevenire il rischio rimane una norma. La sicurezza, invece, deve tenere in vita le persone.
Ma c’è un livello ancora più profondo. La sicurezza sul lavoro non è soltanto un insieme di adempimenti tecnici, caschi, imbracature, corsi obbligatori e moduli da firmare. È una questione di dignità. Significa riconoscere che chi entra in un cantiere, sale su un’impalcatura, lavora di notte o opera a decine di metri da terra non sta semplicemente eseguendo una mansione: sta mettendo tempo, fatica e competenza al servizio di un’impresa e della collettività. E ha il diritto elementare di poter tornare a casa.
Troppo spesso, invece, la sicurezza viene trattata come un costo da comprimere, un passaggio burocratico, qualcosa da dimostrare sulla carta più che da garantire sul campo. È qui che si misura la distanza tra una norma scritta e una cultura del lavoro realmente moderna. La prevenzione comincia prima dell’incidente, nella qualità della formazione, nella manutenzione delle attrezzature, nei turni sostenibili, nella capacità di fermare un’attività quando le condizioni non sono adeguate e, soprattutto, nella possibilità per ogni lavoratore di segnalare un rischio senza sentirsi un ostacolo alla produzione.
Il lavoro è dignità soltanto se è sicuro
Da anni si ripete che il lavoro dà dignità. Ma la dignità non può fermarsi al contratto o alla busta paga. Comprende il diritto a non essere esposti a rischi evitabili, a non lavorare in condizioni precarie, a non essere costretti a scegliere tra il rispetto delle regole e la paura di perdere il posto. Un lavoro che non protegge la vita di chi lo svolge tradisce la propria stessa funzione sociale.
Per questo ogni incidente mortale dovrebbe imporre non soltanto un’inchiesta sulle responsabilità individuali, ma anche una domanda collettiva: quanto vale davvero una vita dentro l’organizzazione del lavoro? Se la risposta è “prima di tutto”, allora i controlli non possono essere episodici, la formazione non può ridursi a qualche ora davanti a una slide e la catena degli appalti non può trasformarsi in una zona grigia nella quale le responsabilità diventano difficili da individuare.
Servono ispettori, certo. Servono sanzioni. Ma serve anche una cultura diversa, nella quale la velocità di consegna di un lavoro non venga mai prima della sicurezza di chi lo esegue. La sfida vera, dopo anni di nuove norme, è questa: passare dalla sicurezza dichiarata alla sicurezza praticata.
Il ministro Giuli: “Sgomento e stordimento”
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito l’episodio “un evento tragico che ci lascia sgomenti”, rivolgendo il cordoglio alla famiglia e agli affetti di Andrea e definendo quella avvenuta al Colosseo la morte assurda di un ragazzo impegnato nel proprio lavoro. Il Parco ha chiuso per lutto il settore del secondo ordine interessato dall’incidente.


