Non è ancora un caso di Stato ma poco ci manca. Dopo 12 giorni di occupazione anzi, di soggiorno nella Basilica di Santa Maria Maggiore, le 50 famiglie sfrattate da Torre Spaccata ricevono un messo di Papa Francesco. Jorge Bergoglio spedisce nella chiesa trasformata in casa, l’arcivescovo di Benevento Konrad Krajewski, Elemosiniere apostolico di Papa Francesco, che nel tardo pomeriggio di lunedì ha fatto visita alle 50 famiglie.
Lo rendono noto i Blocchi Precari Metropolitani. A quanto si apprende, “Don Corrado”, come è conosciuto da poveri, rifugiati e senzatetto della Capitale il “braccio caritativo” del Pontefice, avrebbe parlato e confortato gli sgomberati, tra cui molte donne e bambini. Krajewski avrebbe inoltre promesso loro di prendere contatto in tempi rapidi con l’amministrazione di Roma Capitale, per incontrare il sindaco Ignazio Marino al fine di trovare una soluzione al caso. Giovedì 19 giugno, a Santa Maria Maggiore arriverà Papa Francesco, per la conclusione della processione del Corpus Domini, con partenza alle 19 dalla Basilica di San Giovanni in Laterano. La missione di don Corrado punta a trovare una soluzione prima della cerimonia di giovedì.
E per tutta risposta gli occupanti hano spedito al Papa una commovente lettera. “Siamo brava gente – dicono – famiglie colpite dalla crisi e che hanno perso il lavoro. Il nostro è un gesto disperato.
Ecco il testo integrale della lettera.
“Caro Papa Francesco, le famiglie sgomberate dallo stabile di Torre Spaccata le scrivono questa lettera in cui chiediamo un aiuto sincero a Sua Santità per sensibilizzare il Comune di Roma che ci ha abbandonato, togliendoci tutti i diritti dei cittadini”. Così la nuova lettera scritta a Papa Francesco dalle 50 famiglie rifugiatesi da mercoledì 4 giugno nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dopo lo sgombero del giorno prima da un’occupazione abitativa a Torre Spaccata. “Siamo famiglie di brava gente – prosegue il testo – le quali tre mesi orsono sono state colpite dalla crisi come tanti altri. Molti hanno perso lavoro e quindi impossibilità a pagare l’affitto, ci siamo uniti per occupare un immobile a uso ufficio abbandonato da anni. Questo gesto è stato dettato dalla disperazione di padri e madri di famiglia che non avevano più un tetro sotto cui riparare i propri figli. Il 7 aprile abbiamo deciso di attuare l’occupazione, nella quale avevamo intravisto un barlume di speranza per ripartire e per dare un minimo di dignità alle nostre famiglie. Abbiamo convissuto per due mesi circa, diventando una grande famiglia multietnica (perché non ci sono solo italiani, ma una varietà di razze che va dall’Africa all’Est europeo)”.
Ma, raccontano, “le nostre speranze si sono infrante il 3 giugno, quando alle 9 di mattina abbiamo visto arrivare ben 14 blindati del reparto celere, accompagnati da vigili del fuoco, ambulanze e furgoni del Comune per portare via tutti i nostri oggetti personali. Siamo scappati sul tetto, attraverso una botola, portando acqua e cibo, ma soprattutto i bambini. La resistenza passiva e senza alcun genere di offese alle forze dell’ordine è durata circa 8 ore, durante le ore più calde della giornata”. I rifugiati espongono poi la “proposta fattaci dal Comune di Roma, di dividere le famiglie, portando le mamme con i figli minorenni in una casa famiglia, mentre i papà con i figli maggiorenni dovevano pensare a loro stessi”. Di fronte a ciò, “ricordandoci della benedizione che Dio Onnipotente ci ha dato, donandoci una famiglia, abbiamo pensato che l’unica che ci potesse aiutare sarebbe stata la Chiesa”, perché “nelle Sacre Scritture c’è scritto ‘Non osi l’uomo dividere ciò che Dio ha unito’”. Quindi, concludono le famiglie, “nella speranza che Sua Santità possa raccogliere la nostra disperata richiesta d’aiuto per poter intercedere presso il Comune di Roma o la Regione, cogliamo l’occasione per porgervi le nostre scuse per essere entrati nella Basilica a rifugiarci e la ringraziamo per la Vostra ospitalità. Che Dio la benedica, le famiglie di Torre Spaccata”.


