A meno di due ore di volo da Roma e collegata direttamente con numerose città italiane, la Serbia è una destinazione perfetta per chi ha dispone di tre giorni e poca voglia dell’ennesima capitale da cartolina. Belgrado è soltanto il punto di partenza: fuori città aspettano la Voivodina austroungarica, monasteri ortodossi, vigneti, castelli sul Danubio e una sorprendente Pompei dei Balcani.
Abbastanza vicina all’Italia da poterci arrivare senza trasformare il venerdì in un’odissea aeroportuale e abbastanza diversa da far dimenticare, appena scesi dall’aereo, di essere rimasti in Europa, la città appare immediatamente ospitale. Da Roma il volo diretto dura circa un’ora e quaranta minuti; la compagnia aerea di bandiera Air Serbia collega inoltre Belgrado con numerose destinazioni italiane, tra cui Milano, Venezia, Firenze e Bologna. È dunque una delle fughe balcaniche più semplici da organizzare. E anche una delle meno scontate.
Il programma ideale? Belgrado come campo base e la Serbia come sorpresa continua.
Venerdì: una capitale che non ha ancora deciso cosa diventare
Belgrado va presa subito dalla parte giusta: dal fiume. Sulla Sava si incontra la città che vuole assomigliare alle metropoli internazionali. Il Belgrade Waterfront, dominato dalla Kula Beograd, ha sostituito vecchi binari e aree degradate con promenade, ristoranti, appartamenti, negozi e architetture scintillanti. È la Belgrado del futuro, amata da alcuni e guardata con sospetto da chi rimpiange l’identità più ruvida della capitale.

Poco più in là c’è invece Novi Beograd, monumentale e brutalista, con i suoi grandi blocchi residenziali e quell’eredità jugoslava che continua a fare da controcanto alla città nuova. Persino lo storico Hotel Jugoslavija, inaugurato nel 1969 e un tempo frequentato da capi di Stato, divi e personaggi internazionali, è diventato simbolo di questa trasformazione urbana.
Ma per capire Belgrado bisogna poi risalire verso Kalemegdan. Qui la fortezza guarda dall’alto l’incontro tra Sava e Danubio e ricorda, senza bisogno di molti pannelli esplicativi, quante volte questa città sia stata conquistata, distrutta e ricostruita. Il sito turistico ufficiale serbo la indica come uno dei grandi luoghi della memoria della capitale, insieme al Tempio di San Sava e al Museo Nikola Tesla.
Poi passeggiata a Knez Mihailova, una deviazione verso Dorćol e, al tramonto, la sensazione piuttosto rara di trovarsi in una capitale europea che non sembra ancora completamente addomesticata dal turismo internazionale.
Sabato mattina: San Sava, Tesla e la Belgrado che resiste

Il giorno successivo può iniziare dal gigantesco Tempio di San Sava: cupola bianca all’esterno, mosaici e oro all’interno. Non occorre essere credenti per restare qualche minuto con il naso all’insù.
A poca distanza c’è il Museo Nikola Tesla, tappa quasi obbligatoria per comprendere quanto lo scienziato sia diventato in Serbia qualcosa a metà tra patrimonio nazionale e mito pop. Il contrasto funziona: spiritualità ortodossa da una parte, elettricità dall’altra.
Prima di lasciare il centro c’è però tempo per una Belgrado più quotidiana, quella delle kafana, le vecchie taverne, dove il concetto di pranzo leggero può facilmente essere interpretato come un’offesa personale.
La cucina serba ruota soprattutto intorno a carne, pesce, formaggi e preparazioni robuste. Da provare ćevapi, pljeskavica, sarma e čorba. Un indirizzo tradizionale citato nel viaggio che ispira questo itinerario è il Proleće, nel centro cittadino; chi cerca qualcosa di decisamente meno convenzionale può invece scegliere Lorenzo & Kakalamba, incontro volutamente surreale tra Serbia e Toscana.

E, prima o poi, arriva lei: la rakija. Non è un aperitivo. È quasi una dichiarazione di appartenenza geografica. Vietato rifiutarla, a meno di non essere irriducibilmente astemi.
Sabato pomeriggio: Zemun, dove sembra di trovarsi in un altro Paese
Bastano pochi chilometri per cambiare completamente scenografia. Zemun conserva un’impronta mitteleuropea, vicoli acciottolati, case basse e una passeggiata sul Danubio che potrebbe appartenere a una città diversa. Dalla Torre di Gardoš lo sguardo torna verso Belgrado, mentre in basso le čarde, le locande affacciate sul fiume, servono pesce d’acqua dolce.
È forse questo il momento nel quale si comincia a capire il vero interesse della Serbia: le identità cambiano nel giro di pochi chilometri.
Domenica, prima scelta: Novi Sad, vino e monasteri

Per l’ultimo giorno bisogna decidere quale Serbia si vuole vedere. La prima opzione punta verso nord. A circa un’ora da Belgrado c’è Novi Sad, capitale della Voivodina, molto più composta e mitteleuropea della capitale: Trg Slobode, Zmaj Jovina, Dunavska, il Parco del Danubio. Una città da passeggio più che da checklist, nella quale il ritmo sembra rallentare quasi deliberatamente.
Poco distante si trova Sremski Karlovci, piccola bomboniera barocca ai piedi della Fruška Gora. Qui il viaggio cambia ancora registro: cantine, vecchie case, piccole botteghe e soprattutto il Bermet, vino aromatico ottenuto con erbe e spezie secondo ricette custodite dalle famiglie locali. La tradizione gli attribuisce una presenza persino sulla carta dei vini del Titanic.
Altri quindici minuti d’auto e si arriva al monastero ortodosso di Krušedol: orti dei monaci, alberi, chiostri e gatti. Dopo il Waterfront e i centri commerciali di Belgrado, sembra di aver attraversato non cento chilometri, ma un secolo.
Domenica, seconda scelta: Golubac e il Danubio da film
Chi invece preferisce castelli e paesaggi deve puntare a est. La Fortezza di Golubac è una delle immagini che possono valere da sole un viaggio. Le torri medievali sembrano nascere direttamente dal Danubio all’imbocco delle Porte di Ferro, dove il fiume assume dimensioni quasi marine. Per secoli serbi, ungheresi e ottomani si sono contesi questo punto strategico. Oggi la fortezza restaurata è percorribile attraverso diversi itinerari e passerelle panoramiche.


E siccome un weekend intelligente deve contenere almeno una sorpresa che non ci si aspettava, sulla stessa direttrice c’è Viminacium.
La Serbia romana che pochi italiani conoscono
Qui Roma riappare dove meno te l’aspetti. Viminacium nacque nel I secolo come accampamento legionario e divenne uno dei centri principali della Moesia Superior. Il museo conserva monete, armi, gioielli, affreschi, reperti della vita quotidiana e persino resti animali legati agli spettacoli dell’anfiteatro. Tra i pezzi più curiosi c’è un tintinnabulum romano, piccolo oggetto bronzeo apotropaico ritrovato nel suo contesto archeologico originario.

Per un italiano è uno cortocircuito straniante: si parte cercando i Balcani e si finisce davanti alle tracce dell’Impero Romano. Senza dimenticare che l’anno prossimo a Belgrado ci sarà l’Expo e la XII edizione del Festival del Cinema Italo-Serbo: un paio di ragioni in più per tornarci!

Tutte le foto sono di Luca Varani


