Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Roma » Berlusconi in tuta da casa. La teoria di Franchino

Berlusconi in tuta da casa. La teoria di Franchino

Franchino, del quale nessuno conosce il vero nome – alcuni sostengono si chiami Antonio altri addirittura Alfonso -, trascorre le sue giornate commentando la cronaca di Roma dei quotidiani in un bar della remota periferia romana con affaccio sul mare. Tutti i giorni che Dio manda in terra, dalle sette e trenta del mattino sciorina sistematicamente i quotidiani come un papiro e commenta le notizie di cronaca nera e giudiziaria. L’estate acconciato in bermuda color cachi e canottiera -c on vistoso tatuaggio sulla spalla recitante la scritta “mamma”-, tutte le altre stagioni in camicia platealmente sbottonata sul petto dove spicca un catenazzo d’oro con un vistoso crocefisso. Nessun essere umano può raccontare di averlo ha mai avvistato con un giacchetto oppure un cappotto, neanche quando a Roma è caduta la neve.
Franchino è un’autorità spesso consultata a mo’ di avvocato, i suoi (millantati) trascorsi criminali nella Banda della Magliana gli concedono il diritto di parola. In verità lui nella “banda” non c’è mai stato, fuorigioco anagraficamente perché gracile di costituzione, ancorchè “pischello” era stato arruolato come cinno addetto ai caffè durante fumose ed estenuanti partite notturne a biliardo consumate in locali clandestini su tavoli lerci. Poi una volta -raccontano le cronache- si è macchiato di un reato contro il patrimonio, per il quale è stato detenuto un paio di anni e altrettanti trascorsi nell’abitazione della madre.
Con la scomparsa dei protagonisti di quella sanguinosa stagione nella Capitale si è ritrovato ad essere uno dei pochi testimoni viventi, un caporale promosso generale per mancanza di personale abile. La trasfigurazione della memoria popolare ha fatto il resto. È stato consulente per tutte le opere cinematografiche realizzate sulla BdM sia al cinema che in tv. È un narratore inesauribile, un formidabile affabulatore, una star a potenza geograficamente limitata. Non emette giudizi di tipo morale, ma nel suo bofonchiare in romanesco sporco, sentenzia. Il suo pensiero è spesso una sintonia tra la schiettezza brutale e feroce del popolo, e il sentire della parte colta e radical chic di Roma. La fusione tra queste due anime. Perché il popolo a Roma si è sentito sempre un po’ filosofo e poeta, e i suoi poeti hanno sempre avuto come indispensabile linfa la sofferenza e il dolore dell’eperienza di vita vissuta.
“Afflittivo, questi nun hanno capito gnente. Er provvedimento è r-e-s-t-r-i-t-t-i-v-o. E mica te ne poi sta all’aresti e fai come te pare mica. C’hai le guardie che fanno su e giu a manetta. Hai visto? Pure a lui janno levato er passaporto. Vabbè c’è ito un Generale, ma come tutti l’artri l’hanno trattato. Mi ca poi fa er ricevimento de l’amici tua. Nun te passa più. Poi vede solo l’avvocato e qualche amico, tu madre ar massimo. Ce so le regole, precise da rispettà. E che ve credete?”.
“Qui sembra che entra in un parco giochi da come dicheno questi. Nun hanno capito proprio gnente. E poi la smania che te pia dentro casa, voi nun ce lo potete sapè. Dopo un po’ manco te vesti. Lui che sta sempre tutto in tiro. Otto nove mesi e sai come se reduce, ce lo vedete Berlusconi che gira pe’ casa in tuta?
Peggio che anna’ in galera.


Patrizio J. Macci