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Carceri sovraffollate, umanità compressa e dimenticata: il volto invisibile della detenzione

Nelle carceri laziali il sovraffollamento è del 144%. Abbiamo raccolto la voce di un ex detenuto che oggi si batte per i diritti dei reclusi

Carceri sovraffollate, umanità compressa e dimenticata: il volto invisibile della detenzione

Il sistema penitenziario italiano è di nuovo a un passo dal baratro, pronto ad implodere come allora. Il sovraffollamento delle carceri sta pericolosamente tornando ai livelli del 2013, anno in cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) condannò l’Italia per trattamenti disumani e degradanti.

Allora i detenuti erano 66mila a fronte di 48mila posti disponibili. Oggi la capienza degli istituti continua a diminuire mentre il numero di detenuti continua ad aumentare: al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, quindi 305 in più rispetto al mese precedente e 1.980 in più di un anno fa. I posti regolamentari, al netto delle celle inagibili, sono ridotti a 46.000.

Nel Lazio i presenti registrati a fine marzo erano 6.722 Il tasso di affollamento è del 144% (dati del Garante dei detenuti per il Lazio) nonostante una crescita dei posti disponibili determinata dalla riapertura di alcune sezioni del carcere di Regina Coeli, dove a ottobre dello scorso anno si era verificato il crollo di una parte del soffitto della seconda rotonda.

Le voci di dentro di Claudio Bottan

“Con il tasso di crescita degli ultimi mesi supereremo quota 66.000 detenuti entro la fine del 2026, è matematica”, dice Claudio Bottan, ex detenuto e oggi vicedirettore della rivista Voci di dentro e volontario dell’omonima associazione che si occupa del reinserimento sociale di persone provenienti da condizioni di marginalità. “I dati sono incontrovertibili e reperibili sul sito del ministero della giustizia”.

“E mi torna alla mente il mio block notes, anzi, i miei tanti block notes e quel mio appunto ‘chiusi in tre, per 22 ore al giorno, in una cella di 9 metri quadrati progettata per ospitare una sola persona avendo cura di alzarsi a turno per evitare di calpestarsi’” scrive Bottan nell’ultimo numero della rivista dal titolo emblematico ‘Alta insicurezza’, ricordando la genesi della sentenza che ha visto il nostro Paese umiliato da una condanna per trattamenti equivalenti a tortura.

“La scrittura mi ha salvato”

Le dimensioni riportate sul dorso di quel block notes per Claudio sono diventate un punto di riferimento: “Il metro con cui misurare il perimetro della pena” come racconta nel docufilm 21×17 Geometria della Giustizia di Christian Letruria, più che mai attuale.

“Lo sapevano ormai tutti che la scrittura rappresentava la mia cura, un’alternativa agli psicofarmaci, e mi aiutavano a procurarmi la ‘dose’ quotidiana di carta e penna; una ‘patologia’, la mia, certificata dai 164 ricorsi inviati alla Corte Europea, ovviamente scritti a mano per altrettante persone detenute in condizioni disumane e senza possibilità di fotocopiare.

La condanna della Corte Europea

Più di seicento fogli vergati in stampatello e fiumi di inchiostro BIC che hanno contribuito ad alimentare il peso delle oltre 4mila pratiche pendenti presso la CEDU nel momento in cui la Corte, con una sentenza pilota, ha condannato l’Italia per le condizioni disumane e degradanti delle carceri imponendo al nostro Paese, tra l’altro, di dotarsi dei ‘rimedi interni’ per evitare di intasare di ricorsi la giustizia Europea”.

“Il dito medio della mano destra era ricoperto di piaghe, che nel tempo si sono trasformate in calli, segni che oggi rappresentano il mio tatuaggio invisibile: io c’ero. Nel frattempo la magistrata di Sorveglianza che mi aveva in carico, sollecitata dai fastidiosi reclami, mi poneva di fronte a un quesito: “Lei vuole uscire dal carcere o preferisce continuare a fare il capopopolo?”. Inutile dire che dal carcere sono uscito dopo nove trasferimenti”.

La saggista: “Gli scarsi risultati di un sistema da riformare”

Francesca Ghezzani, giornalista e scrittrice, è l’autrice de “Il silenzio dentro – Quando raccontare diventa un atto di giustizia”. Dice ad affaritaliani.it Roma: “Se il 2024 è ricordato come l’Annus horribilis per il più alto numero di decessi, il XXII Rapporto Antigone 2026 Tutto chiuso denuncia ancora una volta l’aumento delle presenze in carcere, in un contesto che diventa meno accessibile alla comunità esterna, in cui i detenuti passano sempre più tempo in cella e anche le condizioni di chi ci lavora risultano ogni giorno meno sostenibili”.

“Il tasso reale di sovraffollamento”, aggiunge, “ha raggiunto il 139,1%. 73 istituti registrano un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutto il Paese“. 

Poi, riportando testualmente le parole di Antigone, dice: “Il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte. Se un sistema non reinserisce, a rimetterci sono l’intera società e la sua sicurezza”. 

“Non da ultimo”, conclude Ghezzani, “come ricorda nel libro Germana Cesarano, psicoterapeuta responsabile della comunità diurna per tossicodipendenti presso La Cooperativa Magliana ’80 – il carcere è una istituzione che costa molti soldi, molte energie umane e ha scarsi risultati. Essere in grado di far uscire le persone da una condizione di fragilità permette di risparmiare in termini economici. Un quadro, insomma, che rende ancora più attuale la domanda centrale del mio saggio d’inchiesta: qual è oggi il vero scopo del carcere? La risposta sembra smarrirsi tuttora dietro le sbarre”.