La fotografia delle carceri romane scattata dalla relazione annuale della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è impietosa. Quasi tutti gli istituti della Capitale sono oltre la capienza regolamentare, con punte drammatiche a Regina Coeli e nel Nuovo Complesso di Rebibbia. Valentina Calderone chiede un cambio di prospettiva: il sovraffollamento non può più essere trattato come un fenomeno occasionale, ma come un problema strutturale che richiede interventi profondi.
Il carcere scoppia: una crisi che non finisce mai
Ci sono emergenze che esplodono all’improvviso e altre che, paradossalmente, smettono perfino di fare notizia perché diventano parte del paesaggio. Il sovraffollamento delle carceri romane appartiene ormai alla seconda categoria. La relazione annuale della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Valentina Calderone, presentata nell’Aula Giulio Cesare del Campidoglio, racconta una realtà che da anni si trascina senza trovare una soluzione definitiva. I numeri, ancora una volta, parlano da soli.
Roma concentra alcuni degli istituti penitenziari più importanti d’Italia e ospita una popolazione detenuta tra le più numerose del Paese. Ma la crescita costante delle presenze continua a superare di gran lunga la disponibilità reale degli spazi. Il risultato è un sistema che vive costantemente sopra il proprio limite fisiologico, con conseguenze che ricadono non soltanto sui detenuti ma anche sugli agenti della polizia penitenziaria, sugli operatori sanitari, sugli educatori e su tutto il personale impegnato quotidianamente negli istituti.
i numeri del sovraffollamento fanno impressione
La situazione più evidente riguarda il Nuovo Complesso di Rebibbia, una delle più grandi strutture detentive italiane. La capienza effettiva è fissata a 1.057 posti, ma oggi i detenuti presenti sono 1.614. Significa oltre cinquecento persone in più rispetto ai posti realmente disponibili e un incremento superiore alle seicento unità rispetto alla fine del 2024. Un dato che fotografa una pressione crescente e costante.
Non va meglio all’istituto femminile di Rebibbia, dove i posti regolamentari sono 265 mentre le donne detenute hanno raggiunto quota 379. La fotografia più drammatica resta però quella di Regina Coeli. Lo storico carcere romano, costruito in un’altra epoca e da tempo alle prese con problemi strutturali, dispone di una capienza effettiva di 572 posti ma ospita attualmente 1.004 persone. In pratica quasi due detenuti per ogni posto disponibile.
Una situazione che rende inevitabilmente più difficile la gestione quotidiana della struttura, incidendo sulle condizioni di vita interne e sull’organizzazione delle attività trattamentali. Fanno eccezione soltanto due istituti: la Casa di Reclusione di Rebibbia e Rebibbia Terza Casa, destinata ai detenuti a bassa pericolosità sociale, che al momento non registrano criticità legate al sovraffollamento.
“Non chiamatela più emergenza”
Il messaggio lanciato dalla Garante Valentina Calderone è netto. Continuare a definire il sovraffollamento un’emergenza rischia di diventare quasi un alibi. L’emergenza, infatti, è per sua natura temporanea. Quello che accade nelle carceri romane, invece, dura ormai da anni. Per Calderone il punto centrale è proprio questo: serve riconoscere che il problema è strutturale e richiede risposte altrettanto strutturali. Una considerazione che coinvolge inevitabilmente anche la politica nazionale, perché il fenomeno del sovraffollamento non riguarda soltanto Roma ma interessa gran parte del sistema penitenziario italiano.
Il messaggio che arriva dalla relazione della Garante è chiaro: continuare a inseguire l’emergenza significa accettare che tutto resti immutato. Affrontare invece il sovraffollamento come una questione strutturale significa riconoscere che il tempo delle soluzioni provvisorie è ormai finito.

