La Ventura srl, storica fornitrice delle mense carcerarie di Lazio e Abruzzo, oggi al centro di un processo per frode in pubbliche forniture, accusata di aver servito ai detenuti cibo scadente, adulterato, annacquato, manipolato, ha appena vinto l’appalto per la mensa di Regina Coeli, oltre che per quelle di Rieti, Velletri e Paliano.
La Ventura, secondo gli ispettori ascoltati dalla Guardia di Finanza, avrebbe per anni servito latte diluito con acqua, caffè riciclato dai fondi, carne scaduta o gonfiata con acqua, verdure rancide, frutta avariata.
La denuncia della Garante dei detenuti nel 2023
Un repertorio di espedienti che nelle carte dell’inchiesta viene descritto con precisione chirurgica: riduzione del peso delle porzioni, mescolanza di carni di qualità inferiore, salsicce “gonfiate”, etichette di scadenza modificate per far sembrare commestibile ciò che non lo era più.
Una frode che avrebbe spinto molti detenuti a rifiutare il vitto, rivolgendosi allo spaccio interno, gestito – altro paradosso – dalla stessa ditta, con prezzi più alti rispetto ai supermercati. Un meccanismo che la Corte dei Conti aveva già bollato come distorsivo.
A far esplodere il caso, anni fa, fu la denuncia della garante comunale dei detenuti Gabriella Stramaccioni, nominata dalla giunta Raggi. Da lì partirono le indagini, poi il processo, poi i rilievi dell’ANAC, che nel 2023 segnalò al Ministero della Giustizia numerose irregolarità nell’esecuzione del servizio. Eppure, tre anni dopo, nulla sembra cambiato.
A Rebibbia i detenuti protestano, ma la direzione tace
La ditta continua a lavorare, gli appalti continuano a essere assegnati, i detenuti continuano a lamentarsi. A Rebibbia alcuni hanno promosso una petizione contro i prodotti serviti, altri hanno chiesto di essere sollevati dal servizio in cucina. Le proteste arrivano alla direzione, che a sua volta sollecita la ditta. Risposte? Poche. O nessuna.
Le intercettazioni raccolte dagli investigatori dopo la denuncia racconterebbero un mondo parallelo, dove la qualità del cibo era un dettaglio e l’unica preoccupazione era quello di evitare i controlli. «Fate attenzione, è troppo grasso», avvisava un dipendente. «Mettiamoci un po’ sulla retta via, se no questi si rompono», suggeriva un altro. E poi l’olio tunisino da etichettare come extravergine biologico, il pesce di provenienza incerta, la pasta all’uovo “con poco uovo”, le patate maleodoranti, le albicocche appassite. Un sistema che, secondo i pm, coinvolgeva direttamente i vertici aziendali.
Il paradosso: chi ha affidato il servizio è parte civile nel processo
Altro paradosso è che il ministero della Giustizia si è costituito parte civile nel processo. Il deputato 5 Stelle Alfonso Colucci ha presentato una interrogazione proprio per chiedere ai ministeri della Giustizia e della Salute se siano stati effettuati controlli, se siano previsti nuovi monitoraggi, quali iniziative intendano assumere per garantire standard minimi di sicurezza alimentare e tutela della dignità dei detenuti. Può lo Stato costituirsi parte civile contro una ditta e, allo stesso tempo, affidarle la gestione del cibo nei suoi istituti?

