Va bene la bicicletta, è un giusto segnale di civiltà in una città schiava dell’auto. E va bene anche qualche giorno di attesa per avere una giunta che sappia coniugare l’esperienza di chi amministra con la presenza della politica, meglio se sana. Ma il tempo stringe e Roma è una città in piena emergenza. I dati di Bankitalia sul Pil regionale sono la prova che non si può attendere a lungo e che bisogna passare dai segnali graziosi alla certezza delle azioni e degli effetti che potranno avere.
E’ bene ricordare al sindaco Marino da Genova che il Pil del Lazio è sostanzialmente Roma e che se sino ad oggi la città ha sofferto la crisi meno degli altri territori, è per via dello zoccolo duro dei dipendenti pubblici, la cui somma degli stipendi fa il Pil. Con il blocco dei turn over, le assunzioni che non ci sono più, quel paracadute pubblico scricchiola e non è più in grado di aprirsi. Se aggiungiamo la crisi dei consumi e le difficoltà delle piccole e medie imprese, il dramma è servito.
E poi c’è un’altra emergenza ed è quella etica. Si può ancora sopportare una gestione di un’azienda pubblica che si comporta come il padrone delle ferriere? E’ l’Acea, quel misto tra pubblico e privato che si dimentica di essere controllata dal Campidoglio e si comporta con i suoi clienti-cittadini senza alcun rispetto. Ecco l’Acea è una vera emergenza. Taglia l’acqua, sospende l’energia elettrica, lascia 3 romani su 100 senza acqua potabile perché si rifiuta di investire su conduttore “poco redditizie” ma quando c’è da assumere, sponsorizzare e sprecare denaro, apre il portafogli.
La denuncia di Federlazio sui crediti dei fornitori è l’esempio dell’arroganza con la quale i gioiosi manager gestiscono il bene pubblico. Acea vende acqua e luce, un po’ di fotovoltaico, pensa al business dei rifiuti ma dimentica che la sua natura è prevalentemente pubblica. Non può e non deve comportarsi come un satiro privato che perseguita i propri utenti con bollette pazze e poi si dimentica di pagare le aziende che lavorano per costruire il business.
Al di là della visione politica sulla proprietà dell’acqua e sul suo valore di bene di prima necessità, Roma è stanca degli arroganti che esaltano i risultati gestionali sulla pelle dei fornitori. Caro sindaco Marino: Acea è un’emergenza. Ristabilire l’equilibrio tra le funzioni, gli obblighi e l’etica di un’impresa che amministra un bene comune, sarebbe un grande segnale di discontinuità con il passato. Si ricordi il trattamento che le è stato riservato come piccolo azionista.
Fabio Carosi
