Ventitré anni di occupazione, governi cambiati, ministri passati e promesse riciclate. Ora Piantedosi assicura che lo sgombero arriverà. Il problema è che, a forza di aspettarlo, rischia di arrivare prima la metro C.
A Roma ci sono cose eterne: il Colosseo, il traffico e lo sgombero di CasaPound. La sede di via Napoleone III è occupata dal 2003. Da allora sono cambiati governi, maggioranze, sindaci, ministri dell’Interno, telefoni cellulari e perfino le mode dei pantaloni. Il palazzo, invece, è sempre lì.
Ogni tanto la politica riscopre il dossier, lo spolvera e annuncia con aria solenne: “sarà sgomberato”. Futuro semplice, tempo verbale prediletto delle istituzioni quando il presente crea imbarazzo.
Ventitré anni di “stavolta ci siamo”
Adesso tocca a Matteo Piantedosi assicurare che l’immobile verrà restituito alla proprietà. Benissimo. Resta soltanto un dettaglio marginale: quando? Perché dopo quasi un quarto di secolo, dire “prima o poi” non è più una scadenza. È filosofia orientale.
Lo stabile è finito in piani, elenchi, procedure e promesse. Nel frattempo CasaPound ha perfino proposto di regolarizzare la propria posizione pagando un affitto. Una metamorfosi notevole: da occupanti a potenziali inquilini, mentre lo Stato continua a valutare se diventare finalmente padrone di casa.
Lo sfratto di Schrödinger
Lo sgombero ormai esiste e non esiste contemporaneamente. Esiste nei comunicati, nelle interviste e nei titoli. Non esiste davanti al portone. È lo sfratto di Schrödinger: finché nessuno apre quella porta, resta sospeso tra annuncio e realtà.
Il problema, però, non è più soltanto CasaPound. È la credibilità dello Stato. Perché una decisione può richiedere prudenza, procedure e ordine pubblico. Ma ventitré anni cominciano a sembrare meno prudenza e più arredamento.


