di Romano Contromano *
“I sottosegretari li nomina il Presidente del Consiglio”. Con una frasetta scolastica da reminiscenze di diritto costituzionale Fabio Melilli dribbla così i gossip sulla sua possibile – qualcuno dice probabile – nomina all’Economia. E’ un fatto però che tutta Poggio Moiano sogni di vedere i suoi due Dioscuri al governo. Dopo Angelo Rughetti, anche lui nativo nel paese nel Reatino, alla Pubblica amministrazione, Melilli al Mef. Il coronamento di una lunga storia d’amore politico nato e cresciuto all’Anci, dove Melilli portò Rughetti.
Intanto però Melilli deve fare i conti con le turbolenze del Partito democratico di Roma e del Lazio. Un fallimento politico, la segreteria targata Poggio Moiano e sulla aule c’è anche la firma – in grassetto – di Rughetti. Gli errori commessi da Melilli da febbraio a oggi sono numerosi. Subito dopo le primarie con l’affluenza più bassa della storia del Pd è inciampato sulla nomina del presidente dell’Assemblea, carica che per prassi spetta al candidato sconfitto al congresso, cioè Lorenza Bonaccorsi. Preferì una pupilla di Marco Di Stefano, Laura Mannocchi, e l’Assemblea finì in rissa con tanto di ambulanze e ricoveri in ospedali. Dopo mesi la Bonaccorsi è stata poi eletta presidente in cambio di un cospicuo risarcimento per Di Stefano, divenuto coordinatore della segreteria.
E ancora una lunga lista di strafalcioni: la scelta dei candidati sindaci per le amministrative; la conseguente sonante sconfitta (ko a Civitavecchia, Tivoli, Guidonia, Frascati, Grottaferrata solo per citare alcuni esempi) nonostante il 40,8% ottenuto dal Pd di Matteo Renzi alle europee due settimane prima del ballottaggio; il pasticcio sui candidati laziali al Parlamento di Strasburgo; ha impiegato sei mesi per varare una segreteria, salvo poi comporla col bilancino delle logiche di corrente, costretto ad accontentare i vari Claudio Mancini e Marco Di Stefano salvo mettere nell’esecutivo nomi riciclati (Piero Latino, Ivana Della Portella) o di profilo poco adatto. Una segreteria senza spessore e senza coraggio, priva di delegati sulla Sanità, sulla Cultura, sull’Economia e peraltro incompleta in attesa di un accordo con la minoranza del partito: il quadro traballava già prima della pausa estiva, complici le europee. Mai una parola su Alitalia, ad esempio, o altri temi nevralgici per la regione. L’unica proposta politica arrivata sinora è la modifica della legge elettorale della Regione Lazio, tema cardine per i cittadini e peraltro già contemplato dal programma del governatore Zingaretti.
L’ultimo incidente sulle liste per la Città metropolitana e le province: bufera a Roma, a Frosinone un pezzo di Pd – Scalia & Co. – voterà candidati di Forza Italia. Conseguente crisi politica, azzeramento della segreteria e stallo.
E ora? Tre le possibili vie d’uscita: la nomina a sottosegretario, le dimissioni o la sfiducia dell’Assemblea. Quest’ultima opzione in caso di mancato ingresso di Melilli al governo incontra larghi consensi in Assemblea – ma serve il 51% dei membri – e consentirebbe alla presidente Bonaccorsi di avviare le consultazioni con le correnti per arrivare alla nomina di un nuovo segretario condiviso ed evitare il commissariamento (a proposito: circola già il nome di Simona Bonafè), visto del resto come una iattura dai capibastone romani memori dell’esperienza neanche troppo lontana di Chiti. La situazione resta fluida, ma una quadra politica va trovata.
Troppo debole l’asse AreaDem-Bettini-Zingaretti che aveva portato Melilli sulla poltrona di segretario del Pd Lazio. Era chiaro fin da subito e le europee l’hanno dimostrato, con la creazione di un fronte compatto su Enrico Gasbarra e alternativo al ticket Sassoli-Bettini che, per quanto riguarda il demiurgo del Modello Roma, s’è sciolto come neve al sole. Le elezioni per il Parlamento Ue hanno di fatto certificato un fronte volto da un lato a dare la spallata ai principali responsabili della scelta di Ignazio Marino come sindaco di Roma – Bettini e Zingaretti, appunto – dall’altra hanno mutato gli equilibri politici nel Pd. Il tridente costituito da Marroni (che pure aveva sostenuto Melilli) e Gasbarra e Bonaccorsi (alleati al congresso regionale e ora all’opposizione nel Pd Lazio) si è tramutato in Noi Dem, un’iniziativa volta a superare il correntismo per proporre un modello di Pd a Roma e nel Lazio. Un contenitore che mette un pezzo di maggioranza di Melilli e la sua opposizione; un insieme di renziani, popolari ed ex Ds evidentemente apprezzato – o quantomeno non sgradito – al Nazareno: due esponenti Noi Dem – Michaela Campana e la stessa Bonaccorsi – sono entrati in segreteria nazionale, dando la definitiva spallata a Melilli.
Ora AreaDem dovrà trattare, ed è esattamente quel che Noi Dem voleva. Qualcuno dovrà cadere dalla torre, anche perché se Melilli vuole restare segretario dovrà allargare la sua maggioranza, ridisegnare la squadra di governo, cambiare programma. In caso di ingresso compatto di Noi Dem in maggioranza o di cambio di segretario il governatore Nicola Zingaretti si troverebbe ad essere minoranza della maggioranza, insomma in guai seri, con all’orizzonte un minaccioso – per lui e per Marino – ticket Sassoli-Gasbarra per giocare una partita che riguarderà tanto il Campidoglio quanto la Regione Lazio. In mancanza di un accordo, Melilli sarà costretto al passo indietro. A meno che non intervenga Renzi a salvarlo, riunendo i Dioscuri di Poggio Moiano nel suo governo.
Ma a complicare ulteriormente il quadro c’è anche il Pd romano. Le parole di Lionello Cosentino ieri nell’ultima direzione romana non sono piaciute a molti. L’attacco sulle liste per la Città metropolitana ha provocato la sdegnata reazione tanto di Melilli quanto della presidente del Pd Lazio Bonaccorsi. Se le liste non vanno bene è solo colpa del Pd Lazio? Trattandosi di Città metropolitana di Roma perché il segretario Cosentino non se ne è occupato? Ma sotto c’è dell’altro. Al segretario romano si imputano le stesse accuse mosse a Melilli: segreteria di basso profilo, attacchi spesso fuori bersaglio e mancanza di una programmazione politica. Il Pd romano assiste alla guerra civile tra le correnti e non trova modo di arginarla tranne uno: scaricare Marino. Bene, ma le soluzioni alternative non ci sono. Gli Stati Generali convocati per ottobre sembrano la panacea di tutti i mali, ma saranno un’operazione di maquillage che non porterà risultati. Se Marino è il peggio che Roma potesse avere, il “Pd peggiore d’Italia” come ama definirlo Renzi, cioè quello romano, ha colpe evidenti. Dov’è in Aula Giulio Cesare il partito di maggioranza relativa? Si litiga, fino a quando non si saprà quando si voterà per le politiche e a cadere per Campidoglio e Regione. Fatte le liste la guerra finirà e Roma forse troverà pace. Il problema è tutto lì.
* Animatore e Editorialista del profilo Fb Roma Domani

