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Da Bob Dylan e gli Inti-Illimani a… Emma Marrone! La rivoluzione cambia playlist ed anche un po’ mestiere

Cambiano i tempi, le rivoluzioni ed anche le rispettive colonne sonore. Un successo della cantante di origini salentine diventa l’inno delle piazze su TikTok. Nessuno scandalo, per carità. Ma nel paradiso della musica qualcuno potrebbe chiedere spiegazioni.

Da Bob Dylan e gli Inti-Illimani a… Emma Marrone! La rivoluzione cambia playlist ed anche un po’ mestiere

Dalle ballate di protesta di Woody Guthrie e Dylan al reggae ribelle di Bob Marley e ai canti corali degli Inti-Illimani, fino alla vincitrice di Sanremo 2012. Non è l’inferno diventa virale su TikTok e accompagna le manifestazioni contro il caro vita. Cambiano le canzoni, ma la rabbia resta.

Un tempo le rivoluzioni avevano una colonna sonora piuttosto impegnativa. Woody Guthrie cantava l’America degli ultimi, Bob Dylan metteva in musica i diritti civili, Bob Marley trasformava il reggae in un grido di emancipazione. Oggi, nell’Italia degli autotrasportatori sull’orlo di una crisi di nervi e degli agricoltori disperati, la protesta si affida a Emma Marrone. Non proprio un passaggio da Blowin’ in the Wind alle barricate, ma tant’è: anche la rivoluzione deve aggiornare la propria playlist.

Emma Marrone, da Sanremo alle barricate di TikTok

La canzone della riscossa è Non è l’inferno, vincitrice del Festival di Sanremo 2012. Quattordici anni dopo, il brano conosce una seconda giovinezza grazie a TikTok, dove accompagna i filmati delle mobilitazioni contro il caro carburanti e l’aumento generalizzato dei prezzi.

Camion fermi, trattori sulle strade, agricoltori in lacrime: immagini di un’Italia che fatica a sopravvivere, montate sulle note della cantante salentina. Un videoclip collettivo della disperazione, dove non servono coreografie perché ci pensa la realtà a fornire gli effetti speciali. Del resto, il testo parlava già allora di famiglie soffocate dalle spese e stipendi incapaci di garantire una vita dignitosa. Sono trascorsi quattordici anni e il problema è rimasto sostanzialmente identico. Segno che la musica invecchia, mentre certe emergenze italiane godono di ottima salute.

Come suona la protesta nell’era degli algoritmi

Certo, sarebbe ingeneroso prendersela con Emma. La canzone funziona, il messaggio arriva e nessuno ha stabilito che per protestare occorra necessariamente conoscere la discografia di Pete Seeger. Ma il contrasto resta irresistibile. Ieri la musica di protesta sfidava il potere, oggi deve prima conquistare l’algoritmo. Ieri si cantava nelle piazze, oggi si spera di finire tra i video più condivisi. E se la rivoluzione diventa virale, almeno lo smartphone può dirsi soddisfatto.

Marracash contro Fedez, la lotta di classe con lo sponsor

Intanto, sullo sfondo delle manifestazioni, si consuma anche il confronto fra Marracash e Fedez. Il primo rivendica il diritto di schierarsi con chi protesta contro le disuguaglianze, condannando però la violenza. Il secondo solleva una questione meno comoda: quanto sono credibili gli artisti che denunciano il sistema mentre ne esibiscono i simboli più lussuosi? Un interrogativo legittimo, nell’epoca in cui anche l’indignazione rischia di diventare un prodotto da monetizzare.

Guthrie cantava per i lavoratori, Marley contro l’oppressione, Dylan cercava risposte nel vento. Nell’Italia del 2026 le risposte continuano a non arrivare. Però abbiamo Emma Marrone su TikTok. E, soprattutto, possiamo sempre mettere un like alla rivoluzione.

P.S. – Nota del redattore (con richiesta preventiva di assoluzione): Mi scuso con quanti dovessero ravvisare un accenno di blasfemia nella copertina di questo articolo, che accosta il sommo Mister Zimmermann a Emma Marrone. Non era mia intenzione offendere la sensibilità dei fedeli del cantautorato, né tantomeno mettere in discussione le gerarchie del pantheon rock. L’accostamento è puramente giornalistico e non implica alcuna equiparazione artistica. Per il resto, confido nella misericordia di Sua Bobbità. Amen.

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