La botteguzza con la serranda chiusa mezza storta, la soglia di marmo ingombra di sporcizia, occasionale giaciglio di animali randagi, la vernice scrostata e sbiadita, è viva nella memoria degli abitanti del quartiere ma non esiste più. Lo sanno tutti che ha chiuso venti anni fa. Somiglia a uno di quei residuati bellici che vengono lasciati indietro durante la ritirata, rimangono lì e nessuno sa cosa farne. Impressi nel paesaggio urbano, l’occhio si abitua alla loro lenta sparizione per consunzione. Hanno cessato di vivere, ma a volte risorgono. Questa è stata più o meno la storia del microscopico negozio del Sor Armando, “since 1940” come avrebbero detto gli inglesi, incastonato in un edificio tra i binari del trenino che portava a Fiuggi e la Consolare. Neanche le bombe degli alleati erano riusciti far crollare il palazzaccio che lo ospita. L’edicola di una madonna all’angolo dell’edificio racconta che qualcuno si è salvato durante il bombardamento del ’43, rannicchiandosi nell’angolo dove muore la serranda sbilenca.
In ventinove metri quadrati potevi trovare tutto, dalla bottiglia dell’alcol alla scatola del detersivo, due cerotti per le ginocchia del bambino che si era sbucciato sul catrame, il bottiglione di anti zanzare da spruzzare perché la campagna arrivava ancora davanti alle finestre. Lo trovavi sempre lì, seduto sul panchetto il Sor Armando con la radio accesa basso volume che rimandava un borbottìo. La domenica dopo la messa apriva un paio di ore fino all’una per i ritardatari. Vendeva anche i moccolotti il Sor Armando, ambitissimi dalle vedove che se ne andavano al Verano subito dopo pranzo. La scritta pittata direttamente sul muro, rosa dal tempo e dall’umidità si può ancora leggere con qualche sforzo compitando a mente le lettere: articoli per la casa. Il Sor Armando se n’è andato trentanni fa, un brutto colpo l’aveva ricevuto -perché l’incasso oramai era ridotto al lumicino e il negozio era più che altro un modo per impiegare il tempo – dal primo supermercato che aveva aperto nel quartiere. Il segnale d’allarme, quel dolorino al petto invece lo aveva ignorato forse scientemente. Lo avevano trovato seduto sul panchetto, con la radio spenta e il sorriso sulle labbra.
I guai per i due eredi erano cominciati subito, pagate le spese di successione e detratte le tasse era arrivato il peggio. Era venuto alla luce che il negozio tale non era. Era venuto a galla che tale non poteva essere. Era troppo piccolo e mal messo, ci sarebbe voluta una bella somma per adeguarlo alle nuove normative. I due figli si ritrovavano un box auto, con l’entrata troppo stretta. Inutilizzabile e sul quale continuare a pagare le tasse. Anche le agenzie immobiliari non ne avevano voluto sapere nulla di quel bugigattolo destinato a rimanere miseramente vuoto e a gravare sull’imponibile fiscale.
Rimaneva un’unica possibilità, i cinesi. Oramai a dividersi il contenuto del borsellino dei romani sono rimasti in tre, oltre a loro gli egiziani che gestiscono le frutterie e i mega centri commerciali. Dopo estenuanti trattattive alle quali aveva partecipato anche il rappresentante anziano della famiglia Chen vestito come uno dei cattivi del film Matrix, anche quella possibilità era sfumata. Anche loro avevano reputato il negozio inidoneo. “Dove non entla il sole entla il dottole”, questo aveva detto il vecchio nella sua ironica pronuncia della lingua italiana. Il caso ha risolto tutto con una svolta inattesa che è arrivata una mattina a mezzo raccomandata. Ha un nome dolce, ma è perfida e insidiosa. Delocalizzazione, così si chiama il provvedimento che ha lasciato senza lavoro una dei dei due figli del Sor Armando con una manciata di spiccioli di liquidazione. Lei non ci ha pensato più di tanto, è andata in municipio ha chiesto una nuova licenza e si è gettata a capofitto nell’impresa.
Da tre mesi una scritta fiammante campeggia sull’entrata della botteguzza, interamente rinnovata e piena fino all’inverosimile di merci del nemico che ha snobbato l’azienda del Sor Armando: “da Brus Lì tutto per la casa”.
Patrizio J. Macci
