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Dal Pantheon all’Arco di Tito: il latino come guida alternativa tra architettura e propaganda imperiale

Per le strade della Città Eterna, l’itinerario alternativo in latino, quello inciso nel marmo di chiese e monumenti, tra storia e cultura. Un viaggio nel tempo e nelle parole sempreverdi dell’Impero e della Roma dei Papi nel libro Latin Lover di Daniele Michienzi

Dal Pantheon all’Arco di Tito: il latino come guida alternativa tra architettura e propaganda imperiale

Per noi occidentali, il latino non rappresenta una semplice lingua. “Anche se è morta, è riuscita a veicolare, fino ad oggi, secoli e secoli di storia, di idee, di concetti e modi di vivere di cui, in un certo senso, siamo ancora profondamente intrisi”. Ne è convinto Daniele Michienzi, docente di latino ed autore di Latin Lover (Blackie Edizioni), libro uscito in queste ultime settimane, già apprezzatissimo, soprattutto da un pubblico di giovani lettori. Un latino come non l’avete mai letto quello che l’autore rilancia: “una lingua di duemila anni fa che può migliorare la vita nel XXI secolo”. In effetti, si continua a comunicare attraverso questa lingua, che non è affatto morta. 

Il latino quotidiano, oggi come allora, in un libro

“Nel nostro quotidiano ascoltiamo di continuo espressioni come sui generis – che significa di genere proprio e, quindi, indica qualcosa di atipico – oppure ad hocad libitumad abundantiam o, se poniamo un’alternativa, aut aut”, illustra l’autore, che è anche fondatore della piattaforma Loquendum. “Poi c’è il latino nascosto, quello che pensiamo non sia latino, ma lo è e ci è tornato indietro, per così dire, attraverso l’inglese: la parola sponsor, per esempio”.

Anche una parola giapponese, tempura, il famoso fritto di verdure e gamberi, deriverebbe dall’uso dei missionari portoghesi, nel XVI secolo, di evitare la carne durante le cosiddette têmporas, festività religiose cattoliche stagionali che prendono il nome proprio dal latino tempora, ‘tempi’, ‘stagioni’. 

Nel suo libro, Daniele Michienzi offre un metodo innovativo per avvicinarsi alla lingua degli antichi romani, un viaggio originale e divertente tra declinazioni ed imperatori, dittonghi e dichiarazioni di guerra. Per scoprire che il latino non è un relitto del passato, ma una chiave per capire il presente.

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Con il latino, nuovi itinerari nell’Urbe

A conferma che il latino sia ovunque – ovviamente, e in primis, tra le strade di Roma – è la proposta di Michienzi di modificare la tradizionale visita nella città, in un percorso a tappe, un vero e proprio iter sulla propaganda imperiale, utilizzando come punti di riferimento le iscrizioni latine.

“Si potrebbe partire dal Pantheon, sul cui timpano svettano lettere a caratteri cubitali: M. AGRIPPA L. F. COS. TERTIUM FECIT, che significa Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, lo costruì. Il riferimento è a Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro e genero dell’imperatore Augusto. In realtà, l’iscrizione è un atto di propaganda. Il monumento originale di Agrippa fu, infatti, distrutto da un disastroso incendio nell’80 d.C. e restaurato da Domiziano, per poi finire di nuovo in cenere colpito da un fulmine nel 110 d.C. sotto l’impero di Traiano. A rimetterlo in piedi, ricostruendolo totalmente da zero con la miracolosa cupola che ammiriamo oggi, fu l’imperatore Adriano che, con una mossa di spietata falsa modestia decise di non celebrare se stesso come facevano tutti gli imperatori, ma di far ricollocare esattamente al suo posto l’iscrizione originale di Agrippa”.

Tra vittorie e provvidenza degli dei

Altra meta obbligata suggerita dall’autore di Latin Lovers è l’Arco di Tito, la cui iscrizione recita: SENATUS POPULUSQUE ROMANUS DIVO TITO DIVI VESPASIANI F(ILIO) VESPASIANO AUGUSTO: il Senato e il Popolo Romano dedicano l’opera al “divino” Tito, ormai deificato dopo la morte nell’81 d.C. “Il monumento celebra, di fatto, la vittoria di Tito e la repressione in Giudea, una regione che già duemila anni fa era un territorio martoriato da conflitti incessanti”, spiega Michienzi. 

Per chiudere il cerchio della propaganda romana, possiamo andare all’Ara Pacis: non un semplice altare, ma il manifesto politico definitivo con cui Augusto dimostra ai sudditi dell’impero di essere l’unico vero pacificatore, l’uomo della provvidenza amato dagli dèi.

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Sollevare lo sguardo sulla Roma dei Papi

Il latino è stato per secoli la lingua della Chiesa Cattolica e ancora oggi è la lingua che viene utilizzata per alcuni riti, non solo nella Capitale.  “Se ci troviamo a visitare San Pietro” – suggerisce Michienzi – “leggiamo subito, a lettere cubitali, verso il tamburo della cupola di Michelangelo, TV ES PETRVS ET SVPER HANC PETRAM AEDIFICABO ECCLESIAM MEAMTu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa – che è una frase fortissima, che serviva a legittimare agli occhi dei fedeli il potere papale. Un bell’esercizio di osservare con più attenzione monumenti e chiese, fontane e obelischi che ci circondano.

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Ai tempi Augusto, il “latino base” per capirsi

Allo straniero che viene a vivere nel nostro Paese viene indicato un piccolo vocabolario quale base di comunicazione. Ma nell’ipotesi di tornare indietro nel tempo, all’Età Imperiale, ad esempio, non potremmo fare a meno di conoscere alcune espressioni.

“Quid agis? (come va?), Ignosce mihi (scusami). Licetne? (è permesso?) per entrare in maniera educata in una taberna” – elenca sorridendo Michienzi – “Ma l’espressione in assoluto più importante da tenere sempre in tasca e, in qualche modo, salvarsi la vita, era una: civis Romanus sum, sono un cittadino romano. Essere cittadini romani era uno scudo legale inattaccabile”. Un’espressione che – se pronunciata davanti ad un magistrato -significava dire non potete fustigarmi, non potete torturarmi e, soprattutto, non potete crocifiggermi senza un regolare processo. 

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Come allora, nel mondo della Politica

Referendumquorumdeficit: termini che fanno parte del lessico politico ed economico. Per non parlare del linguaggio della giurisprudenza, infarcito di quello che Manzoni chiamava latinorum. “Per certi versi” – precisa il professore – “il latino ha mantenuto la sua patina di lingua dell’autorità e, quindi, è ancora presente nel linguaggio istituzionale. Il fatto è che il latino, un po’ come il tedesco e il greco antico, ha una capacità intrinseca di dire le cose in maniera esatta e sintetica allo stesso tempo. L’italiano è una lingua bellissima, ma utilizza tanti giri di parole. Ecco perché usiamo espressioni dense semanticamente come ultimatum, per esempio, invece che dire ‘ultima cosa, definitiva’. O vademecum, che letteralmente vuol dire ‘vieni con me’, e in italiano dovremmo tradurre con ‘libretto di istruzioni’. Anche una tantum, è un’espressione molto sintetica e utile. Peccato che spesso si preferisca usare l’inglese”.