Nell’ufficio a due passi da corso Vittorio lavora con ragazzi giovanissimi: “Arrivano da ogni parte del mondo… ho messo nella stessa stanza un’argentina e un’inglese. Arrivano dal Messico, dall’America… ma anche da Ladispoli. Più della metà delle persone che hanno lavorato con noi è riuscita a trovare occupazione nell’arco dei tre mesi successivi”. E c’è ancora chi la chiama “lady Baccini”. LA GALLERY
di Valentina Renzopaoli
Arriva nel suo ufficio salutando in inglese, un piccolo angolo di mondo a pochi metri dal Tevere, dove lavorano giovani selezionati e ultramotivati. Tailleur nero, camicia e ballerine bordeaux, un filo di perle al collo, potrebbe essere lei il prossimo Direttore Generale dell’UNIDO. Da qualche settimana gira in lungo e in largo il pianeta per promuovere la propria visone per il futuro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quarantasette anni, moglie e mamma, da nove anni Diana Battaggia guida il braccio operativo italiano per la promozione tecnologica e degli investimenti dell’Organizzazione che ha il suo quartier generale a Vienna.
Cos’è e di cosa si occupa l’Unido?
“E’ l’organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale che assiste i Paesi in via di sviluppo, al fine di favorirne una crescita industriale sostenibile e la cooperazione internazionale tra le imprese. Attraverso i suoi 46 uffici in altrettante nazioni e in collaborazione con i 172 Paesi membri, UNIDO persegue tale scopo mediante la mobilitazione di risorse umane, conoscitive e tecnologiche, grazie alle quali favorisce l’occupazione e lo sviluppo industriale sostenibile”.
Il 28 giugno a Vienna si svolgeranno le elezioni per il nuovo Direttore Generale della sede centrale: lei è stata scelta dal governo italiano per rappresentare l’Italia e concorrere a questo ruolo. Una grande soddisfazione?
“Sono particolarmente onorata che l’Italia mi abbia designato per questa candidatura, a riconoscimento del lavoro svolto e dei risultati ottenuti negli ultimi anni. L’Italia ha ritenuto che un candidato interno all’Organizzazione possa interpretare al meglio le sfide che dovrà fronteggiare in futuro”.
Con quanti concorrenti dovrà confrontarsi?
“Al momento siamo in cinque: gli altri candidati provengono da Afghanistan, Cambogia, Cina e Polonia. Sa che io sono l’unica donna? Pensi che in Uruguay un ministro mi ha detto “lei passerà alla storia come la donna che ha sfidato il dragone”.
Dove sta facendo la sua campagna per concorrere alla posizione di Direttore Generale di UNIDO?
“Ho incontrato a Roma gli ambasciatori di tutti i 53 Paesi voteranno. Sono già stata in molti Paesi dell’America Latina, tra cui Ecuador, Perù, Brasile, Uruguay e Argentina. Tredici voli aerei in una settimana, un vero tour de force. Adesso mi appresto a visitare i sedici Paesi europei votanti. Successivamente, mi recherò in Africa e in Medio Oriente”.
Quali caratteristiche deve avere un candidato?
“Secondo me dovrebbe conoscere la materia dell’industrializzazione e i modelli da proporre ai Paesi meno favoriti per iniziare un percorso di sviluppo imprenditoriale. Dovrebbe possedere uno spiccato spirito di negoziazione perché ogni territorio ha le sue esigenze: ad esempio quello che va bene all’Africa non può essere imposto al Sud America o all’Asia”.
Qual è il suo obiettivo?
“Quello che vorrei proporre è il modello italiano delle piccole e medie imprese, già richiesto Paesi come il Vietnam, giusto per citare un esempio tra tanti. Un modello che è stato vincente per l’Italia e potrebbe esserlo per moltissimi altri. La cosa importante è proporre delle idee innovative. Faccio un esempio: uno dei progetti innovativi che abbiamo promosso come Ufficio italiano è la prima Fiera del Packaging che si svolgerà a Nairobi nel 2014, organizzata insieme a Ipack-Ima, l’associazione che raggruppa le aziende italiane che si occupano del settore. Un’idea nata dalla constatazione che il 75% di quello che viene prodotto in Africa viene perduto per mancanza di una catena del freddo e per l’utilizzo di sistemi di imballaggio dei prodotti poco adeguati”.
Cosa ama in particolare di questo lavoro?
“Il fatto che mi consenta di aiutare concretamente le persone e di utilizzare il mio tempo per perseguire valori e obiettivi in cui credo profondamente. Senza contare il fatto che mi offre la possibilità di conoscere e confrontarmi quotidianamente con culture differenti dalla nostra”.
C’è un Paese del mondo dove ha lasciato il cuore?
“Non ho una particolare preferenza: ogni Paese presenta una serie di peculiarità che lo contraddistingue dagli altri. Va detto che esistono luoghi meno noti caratterizzati da una grande voglia di vivere e da un’apertura umana incredibile”.
Nel suo ufficio lavorano molti giovani e molti stranieri...
“Sì, sono tutti giovanissimi e arrivano da ogni parte del mondo: pensi che ho messo nella stessa stanza un’argentina e un’inglese. Arrivano dal Messico, dall’America… ma anche da Ladispoli. Hanno fatto tutti uno stage gratuito, i più bravi li ho tenuti. Sono competitivi, conoscono tante lingue e mostrano grande professionalità. Solo per citare un dato, più della metà delle persone che hanno lavorato con noi è riuscita a trovare occupazione nell’arco dei tre mesi successivi”.
Sembra Marte…
“In effetti questa è un’isola felice: quando arrivano per lo stage gli dico chiaramente “Io voglio il massimo” e loro ce la mettono tutta. E l’unica cosa che posso fare per loro: trasferire la mia esperienza e le mie conoscenze. Per gioco, li chiamo i Batt-Boys”.
Parliamo dell’Italia: il modello delle piccole e medie imprese oggi è ancora valido?
“Vale ancora moltissimo e dobbiamo riprenderlo per i capelli. Le piccole e medie imprese rappresentano il tessuto economico che tiene in piedi l’Italia. Il genio italiano, il sistema familiare, i piccoli distretti sono quello che ha reso grande il nostro Paese e non dovremmo gettare tutto alle ortiche. E’ la priorità delle priorità”.
Crede ci sia coscienza del fatto che si tratta della priorità delle priorità?
“La consapevolezza esiste ma deve essere concretizzata. Il Governo, le banche e le istituzioni devono capire che il sistema delle PMI va fortemente sostenuto”.
Nel 1994 lei è stata eletta deputato, oggi si definisce un tecnico o un politico?
“Io sono un tecnico con una sensibilità politica, non faccio e non posso fare politica”.
Dal suo punto di vista privilegiato di “osservatrice esterna” come vede oggi l’Italia?
“Lo considero un Paese dalle enormi potenzialità e dagli ampi margini di crescita. Il genio italiano non si è mai spento, ma è necessario il giusto incoraggiamento”.
E se le chiedessi cosa pensa della città di Roma?
“Anche Roma ha grandi potenzialità ma la vedo molto trascurata. Dico questo in virtù dei tanti viaggi realizzati, grazie ai quali sono entrata in contatto con realtà cittadine caratterizzate da un minor potenziale, ma da una maggiore organizzazione ed efficienza. Credo che Roma necessiterebbe di una gestione un po’ più “svizzera”.
Lei non è romana, da quanti anni vive a Roma?
“Da ben undici, sono nata a Venezia ed ho vissuto per molto tempo a Ginevra, una città con una alta qualità delle vita. Ecco, credo che uno dei punti sui quali occorra insistere maggiormente sia proprio il miglioramento della qualità della vita. Sembra la scoperta dell’acqua calda, eppure non è una banalità quando questo concetto viene introdotto nelle politiche sociali e tradotto in azioni concrete. E’ quello che stanno facendo in Brasile, da Lula in poi: lasciare che i numeri vengano in secondo piano. Insomma Il Pil non è tutto, la qualità della vita delle persone viene prima. Non è un caso che la mia visione per il futuro di UNIDO sia fortemente incentrata sul “People Centered Development”.
Lei è la moglie di un noto politico italiano, Mario Baccini, come vi siete conosciuti?
“Mario l’ho conosciuto in Parlamento, ci conosciamo da sedici anni e da undici siamo sposati”.
Capita più spesso che la gente dica che lei è la moglie di Baccini o che lui è il marito della Battaggia?
“A dire il vero io sono più conosciuta all’estero che in Italia, il mio è un lavoro di nicchia. Diciamo che sono la signora Baccini in società, Diana Battaggia quando lavoro”.
Cosa pensa suo marito del suo lavoro?
“Io non sono mai entrata nel suo mondo e lui non si occupa del mio lavoro. Eppure, per certi versi, abbiamo obiettivi e uno spirito comuni: io nel mio lavoro, lui come presidente del Microcredito cerchiamo di prodigarci per migliorare le condizioni di chi fa impresa e di chi intende farla”.
Lei è senza dubbio una donna che ha fatto una grande carriera: come è riuscita a crescere tre figli?
“Alan e Roberta, i più grandi di 28 e 20 anni sono i figli di mio marito, ma posso dire di averli cresciuti. Poi c’è la più piccola Zoe, ha appena compiuto 11 anni. Penso che il segreto per conciliare tutto stia nella capacità organizzativa che solo le donne hanno. I nostri figli sono ragazzi responsabili e viviamo ancora tutti insieme, fin da piccoli li abbiamo sempre coinvolti nelle nostre attività sociali”.
E’ vero che il più grande seguirà le orme paterne impegnandosi in politica?
“Mi pare sia propenso a seguire quella direzione”
Gli ha dato qualche consiglio?
“No, il suo stile è molto simile a quello del padre”.
A questo punto, visto che siamo alla vigilia di una importante competizione che la riguarda, mi sembra scontato chiedere qual è il suo sogno nel cassetto.
“Ovviamente punto a vincere. Adoro sognare ma mi ritengo anche una persona pragmatica. Ho sempre colto le occasioni, non amo fare programmi a lungo termine. Non ho mai dimenticato le mie origini e non mi sono mai montata la testa. La mia è una famiglia normalissima, i miei genitori hanno sempre fatto sacrifici per far sì che io e i miei fratelli potessimo studiare. L’importante è stare con i piedi per terra”.


