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Diotallevi, il faccendiere. Motore di soldi e misteri

Ernesto Diotallevi, un fantasma che ritorna tredici anni dopo la conclusione dell’ultimo processo alla Banda della Magliana che avrebbe dovuto seppellirlo definitivamente negli archivi della cronaca criminale; sono invece trenta dal suo primo incontro con gli altri componenti della “banda” che andarono a cercarlo ai vecchi Mercati Generali, quelli che ingolfavano la via Ostiense appena usciti dalle Mura. “Scuro di pelle e nerboruto”, classe 1944 trafficava tutto il giorno dietro a cassette di frutta e ortaggi, ma la notte si ritirava a dormire in un sontuoso appartamento a due passi dalla Fontana di Trevi; di lì a pochi anni si sarebbe abbronzato sulle spiagge della Costa Smeralda al fianco del banchiere Roberto Calvi. Le cronache raccontano che suo figlio fosse stato battezzato da Don Pippo Calò in persona, per suggellare il patto con la mafia siciliana del quale è stato ritenuto l’anello di congiunzione dai magistrati: era “il compare di Calò” dicevano di lui gli altri appartenenti.

La pubblicistica lo iscriverà nella fazione dei testaccini-trasteverini, come faccendiere specializzato nel riciclo di capitali. Faceva muovere i soldi dell’organizzazione e aveva rapporti con “la gente di Sicilia che sparava”. A lui e a sua moglie faceva capo una società immobiliare nella Capitale proprietaria di un’abitazione dove Calò si nascose per sottrarsi alla cattura. Nel 1996 il pentito dei Casalesi Carmine Schiavone dichiarò che l’assassinio del fratello del giudice Imposimato era stato organizzato da lui in accordo con alcuni mafiosi. Verrà assolto da questa accusa per la quale invece Calò è stato condannato all’ergastolo. Maurizio Abatino “Crispino” disse che attraverso di lui transitarono i cinquanta milione di lire destinati a finanziare l’esecuzione del banchiere Rosone, nella sparatoria Danilo Abbruciati terminò la sua avventura criminale per sempre. Per questo tentato omicidio Diotallevi viene condannato in primo grado e assolto in appello. Sfiorato dalla corda del processo Calvi, dove è accusato di essere uno dei mandanti, viene assolto con la “vecchia” formula dell’insufficienza di prove.

Il sequestro di Emanuela Orlandi lo vede nominato quando un agente segreto, amico della famiglia,  dichiarerà di aver scoperto il garage dove si trova la Bmw verde “tundra” avvistata davanti a Palazzo Madama nelle ore del sequestro: l’immobile apparteneva a un suo amico. Almeno una volta ha scampato l’esecuzione dai suoi colleghi, quando – come racconta uno di loro – si pensò che fosse stato abbandonato dai servizi segreti (deviati) dell’epoca con i quali tesseva trame. Un killer venne mandato in avanscoperta a spiare i suoi movimenti tra le automobili lussuose dell’autosalone in Prati, Maserati, Ferrari Porsche e Aston Martin vi facevano bella mostra. La missione non fu mai portata a termine per motivi ignoti.

L’ultimo avvistamento che lo riguarda è al civico 32 in Piazza monte della Pietà nel 2011, presso l’oreficeria di Flavio Simmi che muore ammazzato il 5 luglio dello stesso anno per mano di due sicari in sella a una motocicletta. Ora è riapparso con il sequestro di beni a lui ricondotti per decine di milioni di Euro. Sembra una storia che non ha fine quella della Banda della Magliana se non quando muoiono i protagonisti, le uscite di scena parziali non sono previste. Forse perché – come disse una volta uno di loro a un investigatore mentre gli stringeva le manette ai polsi – entrarci significa “diventare come Al Pacino nel Padrino: più cerchi di uscire più ti spingono dentro. Fino alla fine”.

Patrizio J. Macci