Anni ad aspettare una busta paga che non arriva mai. Lavorare duramente in attesa di miseri acconti: 200, 100, 50 euro per volta dopo lunghe ed umilianti richieste. Andare al lavoro sperando che nessuno sulla metropolitana si accorga che a 59 anni non può permettersi di pagare il biglietto. Poi un giorno Marino viene praticamente costretto a lasciare il lavoro: chiama la ditta di impiantistica per cui fa il muratore e se ne va per reinventarsi una vita da pastore. Abusivo.
“Non ho autorizzazioni – racconta timoroso il pecoraio che a 24 anni ha lasciato la Sardegna per venire a Roma – vivo in una baracca su un terreno che non è mio. Il latte che producono le mie pecore dovrei portarlo al caseificio e non usarlo come faccio qui. Se qualcuno mi scopre sono nei guai, ma cosa altro potevo fare? Due anni fa avevo già lasciato l’appartamento dove vivevo per risparmiare i 600 euro di affitto e mi ero trasferito in questa roulotte. L’unica cosa che mi restava da fare era smetterla di perdere tempo a lavorare senza compenso. Mio zio si era ammalato e così ho iniziato di occuparmi delle sue pecore a tempo pieno”. Marino, circondato dalle 30 pecore che pascolano in un’area di 5 ettari della campagna romana, racconta che la ditta per cui lavorava aveva commissioni anche molto prestigiose. “Con enti pubblici – spiega – che però non pagavano mai. O almeno era quello che ci diceva il titolare. Dopo di me altri 15 operai se ne sono andati”.
Fino al licenziamento, cinque mesi fa, le pecore di Marino erano governate dal ragazzo polacco che vive con lui. “Adesso sono decisamente più sereno – aggiunge – sono padrone del mio lavoro nel bene e nel male. Niente giorni liberi, né tempo da dedicare agli amici che pero’ mi vengono a trovare spesso e portano delle cose”.
C’è Cristian un ragazzo rumeno che lavorava con lui che gli porta tutte le settimane pacchi di pasta e secondi piatti pronti. O il veterinario che lo aiuta e che viene ricambiato con una busta di pomodori dell’orto. “Nella zona ci conoscono tutti – racconta – ci vogliono bene e quando avevamo le galline c’era la fila per prendere le uova fresche. Poi le volpi le hanno uccise tutte. Riusciamo a produrre ricotta e formaggi che a volte vendiamo, altre barattiamo per qualcosa che ci serve”.
La maggior parte degli alimenti vengono consumati dagli stessi pastori. “L’ultima papera che avevamo – ricorda Marino – l’abbiamo mangiata il 6 gennaio. Non avevamo niente altro e la fame era tanta”. Nel frattempo il 59enne continua a cercare lavoro e riesce a fare qualche giornata come muratore o come giardiniere. “Certo che vorrei trovare lavoro – spiega – perché per quanto io ami gli animali, vorrei potermi permettere dei giorni di riposo. Inoltre potrebbero cacciarmi e allora dove andrebbero a finire le mie pecore?”.

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IN FUGA DALLA CRISI. Vive in una roulotte in un terreno che non è suo. Pecoraio abusivo, circondato dagli animali da cui ricava il sostentamento: “L’ultima papera che avevo l’ho mangiata il 6 gennaio. Non avevamo niente altro e la fame era tanta”



