La Corte d’Appello conferma la decisione: il celebre teatro di Washington resta dedicato solo a John F. Kennedy. L’ennesimo atto di una battaglia che intreccia politica, cultura e culto della personalità.
Ritorno al nome originale
C’è un confine sottile tra lasciare il segno nella storia e volerci incidere sopra il proprio cognome. Donald Trump, da sempre poco incline alla modestia, lo ha scoperto sulla propria pelle. La Corte d’Appello federale ha infatti confermato che il suo nome dovrà restare lontano dalla facciata del Kennedy Center di Washington, respingendo il tentativo dell’amministrazione di ripristinare la contestata intitolazione.
La vicenda ha i contorni di una commedia politica americana. Dopo aver rinnovato il consiglio di amministrazione dell’istituzione culturale e ottenuto che il suo nome comparisse accanto a quello di John Fitzgerald Kennedy, Trump aveva trasformato uno dei simboli delle arti statunitensi in una sorta di monumento personale. Un’operazione che però si è scontrata con la legge: il nome del Kennedy Center è stabilito dal Congresso e non può essere modificato con una semplice decisione del consiglio di amministrazione.
Quando il marketing incontra Shakespeare
La motivazione dei legali trumpiani era curiosa: togliere il nome del presidente avrebbe danneggiato la raccolta fondi e aggravato la situazione economica del centro. I giudici, però, hanno risposto con il linguaggio meno spettacolare ma più efficace del diritto: nessuna prova concreta. Fine del primo atto.
È difficile immaginare Mozart intento a chiedere che il suo cognome campeggiasse sul teatro prima ancora di dirigere un concerto. O Beethoven pretendere un “Beethoven Theater” mentre era ancora vivo. La grandezza dell’arte, di solito, arriva dopo l’artista. Non prima.
Kennedy resta Kennedy
Il caso racconta molto più di una semplice disputa su un’insegna. È il confronto fra due idee opposte di memoria pubblica: da una parte i monumenti che celebrano la storia, dall’altra la tentazione di trasformare ogni edificio in un cartellone pubblicitario del potere.
Per ora ha vinto Kennedy. E forse è un bene anche per Trump: i grandi personaggi non hanno bisogno di scrivere il proprio nome ovunque. Se davvero la storia intende premiarli, ci pensa da sola. E, a giudicare dalla sentenza, almeno questa volta ha preferito lasciare il sipario con l’intestazione originale.

