di Patrizio J. Macci
Un intrigo internazionale che si snoda tra le strade del quartiere Parioli e ciò che resta della periferia romana post pasoliniana, quella uguale in tutte le periferie del mondo; architettonicamente sgarrupate, scenario ideale per le imprese di una fauna criminale di tutto rispetto.
Parte da questi luoghi per approdare nell’Europa dell’Est popolata da sbirri infedeli la nuova avventura che Enrico Vanzina ha cucito su misura per il suo eroe Max Mariani, ex avvocato ora detective sdrucito e scalcinato, eternamente “scannato” tanto da dover ricorrere al soccorso di una vecchia zia per tirare avanti nella sua professione. Ha uno studio professionale immerso nella luce rembrandiana di lampadine polverose, è sensibile alle sirene della bellezza femminile, sempre pronto a mettersi nei guai per una donna in pericolo.
Il nocciolo del libro “Il mistero del rubino birmano” (Newton Compton editore) è intrigante e curioso: qualè il segno identificativo di una spia? Nell’epoca della riproducibilità tecnica, con la possibilità di falsificare ogni tipo di credenziali e impronte personali il problema dell’identificazione di un agente segreto è un tema fondamentale; un agente può rimanere senza volto, ma quando occorre non può esibire un tesserino e meno che mai può farsi identificare da una divisa che lo renderebbe facile bersaglio dei servizi degli altri paesi. L’esitazione nell’individuazione può essere fatale sopratutto se arriva mentre si sta dietro la canna di una pistola, perdere la propria identità può costare la vita. È possibile acquisire nuove vite, cambiare nome e nazionalità, ma al momento giusto ogni pezzo sulla scacchiera deve occupare il posto per il quale è stato concepito.
Sono personaggi da “twilight zone” metropolitana quelli sbozzati dall’autore: poliziotti in cerca di promozioni, baristi lesti di occhio e di lingua, papponi, spacciatori di paradisi artificiali, femmine mortali pronte ad infilggere una coltellata al portafoglio e al basso ventre alla prima distrazione.
Vanzina ha ritagliato un personaggio credibile e ben strutturato, da far paura ai migliori hard-boiled di scuola americana. Max Mariani sembra aver lasciato la propria esistenza andare alla deriva, ma quando è chiamato a fare il proprio dovere ha uno spazio di reazione per rimettere le cose a posto. La solitudine è il punto debole e la vera forza del protagonista. Solo nell’opaco “mondo di mezzo” del bene è concessa l’esistenza a certi personaggi.
Manca solo qualcuno che impugni la cinepresa per dare un volto e dare vita alle parole del libro, il soggetto è praticamente già bello scritto e anche lo sceneggiatore è pronto a fare la sua parte.
