Per qualche giorno Roma si trasformerà nella Capitale mondiale dell’acqua. Naturalmente, non si parlerà di fontane, laghi e temporali estivi, ma di quella risorsa che “decide” quanto possa produrre un campo, reggere una città, rimanere sicuro un territorio o, in prospettiva, quanto possa considerarsi stabile un’intera area geografica. Dal 29 settembre al 2 ottobre, infatti, La Nuvola ospiterà il primo “Forum Euro-Mediterraneo dell’acqua“, promosso dal Comitato Italiano One Water insieme all’Unione per il Mediterraneo e all’Istituto Mediterraneo dell’Acqua di Marsiglia. Un appuntamento che porterà nell’Urbe istituzioni, organizzazioni internazionali, imprese, gestori del servizio idrico, ricercatori e società civile. La Farnesina parla di oltre 5.000 iscritti, più di 100 conferenze e incontri e circa 50 delegazioni straniere attese, riunite insieme per discutere del futuro del bacino e delle realtà che si affacciano sulle sue sponde.
Non solo acqua: a Roma si parlerà anche di economia e sicurezza
La scelta di dedicare quattro giornate alla risorsa idrica potrebbe dire molto del momento che stiamo vivendo. Il Forum non nasce semplicemente per discutere di come evitare gli sprechi o di come rendere più efficienti le reti, poiché toccherà temi inerenti all’agricoltura, all’energia, allo sviluppo urbano, alle migrazioni, alla sicurezza e ai rapporti tra i singoli Stati. L’obiettivo è infatti quello di rafforzare il confronto tra i Paesi del Mediterraneo per arrivare a strategie comuni sulla gestione della risorsa, il che interesserà tanto i membri dell’Unione Europea quanto i Balcani, la Penisola Arabica e l’Africa subsahariana. A rappresentare l’Italia ci saranno, tra gli altri, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e diversi esponenti del governo. Sono attesi inoltre il direttore generale della Fao Qu Dongyu, il direttore generale dell’Unesco Khaled El-Enany e l’inviata speciale delle Nazioni Unite per l’acqua Retno Marsudi. Sul piano internazionale, invece, è prevista la presenza di rappresentanti di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Finlandia e Francia, oltre alle numerose delegazioni che parteciperanno ai lavori.

Al di là degli interventi istituzionali, il programma prevede undici sessioni tematiche, workshop, incontri e appuntamenti dedicati a questioni molto concrete: dalla gestione delle reti al riuso dell’acqua, passando per la qualità della risorsa, i contaminanti emergenti, la digitalizzazione e l’impiego dell’intelligenza artificiale nel settore idrico. Allo stesso modo, si parlerà di “idrodiplomazia”, dal momento che una sessione sarà dedicata proprio alla cooperazione sulle acque transfrontaliere come possibile strumento di dialogo e stabilità.
La crisi idrica è già qui e i numeri lo raccontano
Del resto, il problema è alquanto delicato e basta osservare le più recenti stime per rendersene conto. Per quel che riguarda il nostro Paese, ad esempio, l’ISPRA ha stimato per il 2025 una risorsa idrica rinnovabile nazionale di circa 128 miliardi di metri cubi, corrispondente ad oltre il 7% in meno rispetto alla media di lungo periodo e a circa il 19% in meno rispetto al 2024. Per di più, per quel che riguarda l’Appennino Centrale, il Blue Book 2026 segnala nel 2025 una riduzione media delle precipitazioni del 12,5% rispetto al periodo 1991-2020, con scostamenti differenti tra le regioni del Distretto. Ciò non significa che ci sia una crisi uniforme e permanente, visto che il quadro cambia di regione in regione. Tuttavia, non si può più ignorare il fatto che la disponibilità d’acqua non è più una costante.
Una questione che coinvolge anche l’Europa. L’Agenzia europea dell’ambiente stima che ogni anno circa il 30% del territorio UE e un terzo della sua popolazione siano interessati da condizioni di scarsità idrica. La situazione è particolarmente evidente nel Sud Europa, dove la pressione aumenta durante i mesi estivi per effetto della combinazione tra precipitazioni ridotte, minori portate dei fiumi e maggiori prelievi per agricoltura, turismo e altri usi. E il 2026, con le sue condizioni climatiche anomale, di certo non ha contribuito. Perciò, bisognerà capire se il Mediterraneo riuscirà a trasformare una risorsa sempre più fragile in un terreno di collaborazione, prima che siano le emergenze ad imporre il confronto!


