di Fabio Carosi
Crisi economica, quarta settimana e politica. Se i romani hanno fame, la doppia chiamata alle urne (regionali e comuali) dà una mano. Basta organizzarsi e c’è anche chi riesce ad andare a cena fuori tre volte a settimana, famiglia al seguito.
La storia che affaritaliani.it ha raccolto durante una cena elettorale, la dice lunga sulla situazione della città e su quel costume di invitare a cena centinaia di persone in cambio di un voto. Protagonisti delle serate a base di buffet, ma anche e soprattutto di pasta scotta e “catering precongelati-scongelati-scaldati e serviti” come prelibatezze sono gli aspiranti consiglieri comunali. Se i big della corsa al Campidoglio invitano a cena e chiedono soldi, molte delle seconde e terze linee le “cene elettorali” se le pagano di tasca propria con l’obiettivo di radunare, irretire e chiedere il voto a intere famiglie.
E la risposta dei romani? “Io alle cene ce vado sempre – racconta Franco, 56 ani, idraulico romano de’ Roma – e me so’ pure organizzato”. La strategia del signor Franco è semplice: lui segue con affetto e stima un candidato di centrodestra che vuole scalare la vetta dei votati; la moglie guarda a sinistra, le due figlie attraverso amicizie e social vanno dove “se magna”. “Così abbiamo un vero e proprio calendario – aggiunge -: lunedì a cena dal consigliere tizio perché mi invitano, poi martedì e mercoledì seguiamo le ragazze nelle cene che ci dicono loro; il giovedì si riposa a casa, quindi o il venerdì o il sabato siamo di nuovo ospiti dei politici”.

La famiglia di Franco è l’esempio di come la situazione economica faccia emergere lo spirito tutto romano, popolo smaliziato, ancor di più quando si deve mettere insieme il pranzo con la cena. “Benedette elezioni – continua Franco – da quando questi se so’ ingarellati pe’ annà ar Comune riusciamo ad andare a cena fuori quasi sempre. Erano due anni che oltre la pizza nun s’annava”. E poi c’è il capitolo gadget: privi di ogni fantasia, i “saranno forse consiglieri comunali” hanno dato vita al bengodi dell’inutile: trionfano i berretti, le t-shirt che non si potrebbero indossare neanche come canotte e poi penne e matite sempre col simbolo del partito e il nome del candidato. “Ah io ce l’ho quasi tutte – prosegue il dinner specialist – le uso per lavorare come canotte. Due giri e vanno in lavatrice, poi mia moglie che non butta niente le trasforma in stracci. Penne e matite, invece restano in cucina. Possono esse sempre utili, come i cappellini: ne ho una collezione di destra e sinistra”.
L’esperienza delle elezioni regionali e con le comunali in corso, ha generato una classifica: “Se vuoi mangiare e bene devi stà attento. Intanto il partito: An se magna così così, Forza Italia-Pdl bene, La Destra so’ poveri in canna. Dall’altra parte, a sinistra, menù striminziti e un sacco di chiacchiere. E poi la zona: più vai in periferia e più se magna de’ gusto, soprattutto quei consiglieri uscenti che hanno tormentato gli anziani e di disoccupati chiedendo il voto. L’unica cosa che mi chiedo è: ma dove li prendono tutti questi sordi? Anche tre cene a sera, mentre noi mangiamo vengono, dicono due stupidggini e poi passano oltre. E io li seguo, perché finché c’è politica c’è speranza. De Magnà aggratisse. E chissenefrega del partito”.
