Le tensioni in Medio Oriente modificano le aspettative delle aziende laziali e Federlazio mette in luce i crescenti i timori per i costi energetici e per la tenuta delle catene di fornitura: trasporti e manifattura i comparti più esposti
L’onda lunga della crisi in Medio Oriente sta colpendo anche le aziende del Lazio, non tanto attraverso effetti immediati sui bilanci quanto più per il clima di incertezza che si sta diffondendo tra imprenditori e operatori economici. Le preoccupazioni sono dovute maggiormente ai possibili riflessi che la situazione può avere sulle forniture energetiche, sui costi della logistica e sulla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali, elementi che rischiano di frenare una ripresa già fragile. A fotografare il sentiment delle imprese è l’ultima indagine congiunturale realizzata da Federlazio, svolta su un campione di 500 PMI della regione e affiancata da un monitoraggio specifico dedicato agli effetti dell’instabilità dovuta al conflitto in Iran, proprio per misurare l’impatto delle tensioni geopolitiche sull’economia locale.
Dalla crescita alla cautela: cambiano le aspettative degli imprenditori
I numeri mostrano un sistema produttivo che, fino ad oggi, ha continuato a resistere. Nel corso del 2025 il 40,9% delle PMI laziali ha infatti registrato una crescita del fatturato, mentre il 29,6% ha denunciato una contrazione. Un bilancio che, pur non essendo negativo, nasconde difficoltà crescenti in alcuni comparti chiave. Le maggiori criticità emergono in particolar modo nella manifattura, dove il 37,1% delle imprese ha visto diminuire i ricavi, e nel settore dei trasporti e della logistica, in cui si è registrato un calo del 52,5% dei ricavi. Un dato che riflette direttamente le conseguenze dell’instabilità internazionale sulle rotte commerciali e sui costi dei carburanti.
Tuttavia, se i resoconti riportano una capacità di resistenza ancora significativa, è sul fronte delle prospettive che l’indagine evidenzia il peggioramento più marcato. Tra marzo e maggio 2026 la quota di imprenditori convinti che la crisi produrrà effetti negativi di medio e lungo periodo è salita dal 4,2% al 27,2%. Un salto che testimonia quanto il conflitto iraniano abbia modificato le percezioni del rischio all’interno del tessuto produttivo regionale.
Trasporti e manifattura i settori più vulnerabili
Le aziende della logistica risultano già le più esposte. L’87% degli operatori del comparto ritiene che le conseguenze possano incidere a lungo sulla propria attività. Non meno rilevante la situazione che interessa la manifattura, che mostra segnali di forte preoccupazione con il 37,7% delle imprese che prevede impatti duraturi derivanti dall’attuale scenario geopolitico. L’indagine segnala inoltre un incremento delle situazioni considerate più critiche. Se a marzo soltanto il 4% degli imprenditori temeva effetti tali da compromettere la sopravvivenza stessa dell’azienda, a maggio la percentuale è salita al 14%. Accanto a questo, poi, emerge che il 34% delle imprese ritiene di poter attraversare la fase attuale soltanto facendo ricorso ad una sorta di “resilienza forzata”, cioè mantenendo un equilibrio economico attraverso continui aggiustamenti organizzativi e finanziari.
L’incertezza internazionale, dunque, si riflette inevitabilmente sulle aspettative economiche per i prossimi mesi. Per il presidente di Federlazio, Alessandro Sbordoni, la risposta non può limitarsi a misure emergenziali. Anzi, secondo il numero uno dell’associazione, è necessario introdurre strumenti strutturali capaci di attenuare la volatilità dei prezzi energetici e proteggere il patrimonio produttivo regionale, evitando che le difficoltà attuali si trasformino in un indebolimento permanente dell’economia e dell’occupazione.
Le previsioni per il resto del 2026 restano di conseguenza improntate alla prudenza. Stando all’indagine, il 34,4% degli imprenditori si attende una riduzione del fatturato entro la fine dell’anno, mentre soltanto il 27,2% prevede una crescita. Un segnale che conferma come, al di là della capacità di adattamento dimostrata finora dalle PMI laziali, l’insicurezza continui a rappresentare il principale fattore di rischio per il sistema produttivo regionale.

