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Il bimbo “uairless” … E la città del riciclo

Non è vero che a Roma non si pratichi il riciclo. Roma è la capitale mondiale. La riutilizzazione del sapere è praticata con assiduità. Il motto “a Roma nun se butta gnente” è sacrosanto, una verità scolpita nel marmo millenario. A Roma si può vedere la città nella sua evoluzione. Gli edifici sono stati costruiti nel tempo sulle vestigia del passato, in alcune zone della città è possibile studiare gli edifici dall’antichità fino alla modernità. Migrando in periferia si possono vedere i centri commerciali, estorsione di spazio alle periferie un tempo sconfinate.
Purtroppo il “riciclo alla romana” sconfina nell’ammucchiamento sconsiderato e indistinto, la demolizione è praticata malvolentieri. Le pietre trasudano storia, nessuno voorrebbe cancellare nulla. La verità e che esiste un’anima eterna di Roma che inghiotte, processa e trasforma ogni cosa. Crisi politiche, eventi di cronaca, cataclismi, sgallinamenti. A Roma tutto passa e sembra scomparire. Fino a quando non penetra nel dna della città, viene rielaborato per poi riemergere in un forma nuova. Come quei residuati bellici che rimangono abbandonati durante la ritirata dopo la fine di un conflitto. La vegetazione li penetra e deforma fino a inghiottirli completamente, ma lasciando sempre una forma originaria che li rende riconoscibili.
Spesso perdono completamente il loro significato d’origine, ma ne conservano traccia nel dna. Come la Casa della Scherma al Foro Italico poi divenuta aula bunker dove celebrare i maxi processi. Da luogo di tenzone d’armi è divenuto spazio dove si lotta per la giustizia. Il linguaggio segue le medesime vie ma con risultati spesso comici e micidiali. Il Romano doc (razza estinta ma del quale sopravvivono alcuni comportamenti in forma di tic), non parla inglese, tuttalpiù lo ciancica storpiandolo, alterandolo con una pronuncia che farebbe storcere il naso anche all’ultimo dei cittadini di Sua Maestà.
Questa è la riflessione che ho elaborato in una manciata di minuti, mentre due esemplari di cittadini romani – un uomo e una donna – del terzo millennio aspettano l’autobus in una città bagnata dal sole pallido di una tarda primavera. Dimostrano meno di trentanni. Lei sembra la cattiva di un film di Tarantino in salsa Torpignattara, con le unghie laccate di nero rigate da microscopici fulmini dorati. Impugna un telefono sovradimensionato sul quale scrive e riceve comunicazioni a velocità sostenuta. Le sue espressioni facciali scoincidono con il contenuto dei messaggi che riceve; ride, fa alcune smorfie. A un certo punto riceve un testo di notevole importanza, perché emette un suono simile a uno squittìo di contentezza.
L’uomo invece esplora il panorama circostante con un occhio solo, l’altro è semiaperto. Anche lui ha un telefono in mano con il quale tribola dietro a un gioco. Un filo di fumo che proviene dalla sigaretta collocata all’angolo della bocca ne impedisce l’apertura. Fuori da questa scenetta c’è un bambino che non vede l’ora di scendere dal marciapiede. Vuole fuggire verso un energumeno che romba in sella a una motocicletta a una decina di metri di distanza. È in momenti come questo che l’anima di Roma emerge dagli abissi della storia, come un macigno che risale dalle profondità schizzando verso le stelle dell’invenzione pura, del talento assoluto, della giocata calcistica simile a quella di un Bomber Giallorosso. Una giocata di Falcao, un assist di Francesco Totti.
Il bambino con un guizzo sfugge alla presa della madre. È costretta a mollare il telefono che cade rovinosamente schiantandosi in terra, il pargolo guadagna tre metri di vantaggio. L’uomo si desta dal suo torpore digitale, sbuffa spazientito e lo riacchiappa con un balzo. Si stringe nei jeans neri, tira su col naso e saetta nella direzione della donna: “T’ho detto che je devi da’ sempre la mano. Ce stanno le maghine in mezzo alla strada. Nun lo poi lascia’ uaireless”.

Patrizio J. Macci