“Un indigeno si fa il tatuaggio della sua tribù, un romano si fa il Colosseo.”
Roma non è soltanto un luogo, ma una specie di appartenenza epidermica, un marchio che prima o poi finisce per emergere: nell’accento, nei gesti, nella nostalgia, perfino sulla pelle. Claudio Amendola lo sostiene con una frase semplice, quasi da battuta, ma dentro c’è molto più di quanto sembri. Il Colosseo tatuato non è soltanto un monumento: è un simbolo di riconoscimento, una bandiera senza stoffa, la dichiarazione di appartenenza a una tribù urbana che attraversa secoli, quartieri, classi sociali e generazioni.
Roma si può insultare. Ma solo se sei romano
Perché il romano può criticare Roma ogni giorno, imprecare contro il traffico, le buche, gli autobus che non arrivano e una città che spesso sembra vivere di rendita sulla propria bellezza. Ma guai a chi la tocca da fuori. È il vecchio rapporto tra amore e insofferenza: Roma si maledice in famiglia e si difende in pubblico.
E allora quel Colosseo inciso sulla pelle diventa quasi inevitabile. Non tanto un souvenir permanente quanto un certificato d’origine sentimentale. Del resto, una tribù ha i suoi totem. E Roma, da duemila anni, ne possiede uno che non ha bisogno di spiegazioni.


