Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Roma » L’ultimo cardinale “romano de’ Roma”. Monsignor Angelini, il governo della sanità

L’ultimo cardinale “romano de’ Roma”. Monsignor Angelini, il governo della sanità

L’ultimo cardinale “romano de’ Roma”. Monsignor Angelini, il governo della sanità
fiorenzo angelini andreotti
IL RICORDO. “Un missionario estraneo alle manovre più impegnative e determinati del “paritito romano… Un misto di genialità e carisma, disinteresse privato e pubblica determinazione, visione strategica e concretezza”. Quasi come Cuccia

di Lucio D’Ubaldo

La notizia della scomparsa, alla veneranda età di 98 anni, del Cardinal Fiorenzo Angelini non è stata accompagnata da commenti approfonditi. I giornali hanno riportato le informazioni essenziali, con qualche rapida nota volta ad inquadrare la personalità complessa e straordinaria di un uomo di Chiesa e di popolo. Andrea Riccardi, fine indagatore delle vicende ecclesiastiche, ha usato una formula icastica: Angelini è stato “un prete romano, ma moderno”. Bisogna intendersi sul significato di questa definizione.
Nella ricerca storiografica del fondatore di Sant’Egidio, il “partito romano” ha riassunto in sé – specialmente negli Anni ’50 – la dinamica di un certo ambiente curiale animato da spirito conservatore e antimoderno. Era la destra cattolica impermeabile, se non apertamente ostile, alla leadership di De Gasperi. Il suo punto di vista consisteva nel declinare l’unità politica dei cattolici come condizione e strumento per infrenare l’autonomia del gruppo dirigente democristiano, anteponendo alla collaborazione tra il centro e la sinistra non filo-sovietica la visione di un anticomunismo di segno clericale e conservatore. Anche la cosiddetta operazione Sturzo, tesa a realizzare un indistinto cartello di destra in alternativa al blocco socialcomunista nelle elezioni per il Campidoglio nel 1952, può essere ascritta alle attività di questo gruppo di pressione intraecclesiale molto vicino al potente capi dei Comitati Civici, Luigi Gedda.
Tuttavia, alla luce di rapporti già forti con Andreotti, Angelini poteva dirsi sostanzialmente estraneo alle manovre più impegnative e determinanti del “partito romano”. In lui agiva evidentemente la preoccupazione di evitare una frattura insanabile tra Pio XII e De Gasperi. D’altronde proprio l’operazione Sturzo, abortita dopo poche settimane di misteriosa e confusa gestazione, permette di rilevare a distanza di anni come l’ala moderata della Democrazia cristiana non s’identificasse con i settori del cattolicesimo oltranzista del pontificato pacelliano. Nello scontro anche la posizione dei dirigenti del partito e degli amministratori locali più vicini al Vaticano – in primis il sindaco Salvatore Rebecchini – non si discostò dalla linea di fermezza e autenticità democratica perseguita con assoluto rigore dallo statista trentino.
Nato a Roma, in Campo Marzio, Angelini è stato l’ultimo cardinale dell’Urbe. Con lui scompare la tradizione secolare di preti “romani de Roma” giunti a grandi riconoscimenti  nella gerarchia ecclesiastica; ma soprattutto entra nel cono d’ombra della dimenticanza la figura sacerdotale, tipicamente romana, capace di unire il senso della pietas popolare e la dignità del potere ecclesiastico. Un potere, come si usa ripetere, evangelicamente proteso al servizio degli altri. Per giunta, da buon romano, Angelini aveva il gusto della battuta salace e l’inclinazione alla concretezza. Forte nella fede, lo era anche nel modo d’intendere e di operare il servizio alla comunità. Moderno, dunque, non a dispetto della sua formazione di prete romano. In questo senso va letta perciò, a scanso di equivoci, l’affermazione citata all’inizio di Andrea Riccardi.
Nella sanità seppe esercitare un ruolo di governo reale, che apparve al tempo stesso, agli occhi dei critici, ingombrante e discreto. Qui potrebbe valere un confronto decisamente ardito, ma non per questo impossibile. Lo spirito di comando che Cuccia faceva rifulgere nei giochi dell’alta finanza italiana, Angelini con eguale piglio e sobrietà lo effondeva nella gestione dell’assistenza sanitaria romana. Dunque un misto di genialità e carisma, disinteresse privato e pubblica determinazione, visione strategica e concretezza: uomini molto diversi, Cuccia e Angelini, entrambi capaci di sublimare l’algebra del potere; l’uno e l’altro rappresentativi ieri di un’Italia del fare – e del fare positivo – sicuramente più rispettata di quanto oggi riesca ad esserlo a causa di troppe ambizioni frustrate e di boriose inconcludenze.
Ai medici cattolici, sempre seguiti con grande premura, l’anziano cardinale – mai dimentico delle sue origini e delle sue battaglie – lascia un messaggio di passione e coraggio. Che messaggio? Ecco, non si deve affrontare con timidezza la sfida continua della scienza e del progresso. Si deve però agire con la consapevolezza che specialmente la professione medica, illuminata dalla fede, implica l’amore per l’uomo concreto, specie se afflitto da malattia e solitudine. La coscienza del medico sollecita sempre l’apertura alla ricerca e alla novità; nel contempo la sensibilità del cristiano propone in forma stabile un di più aderenza al bene della persona umana. Dunque, l’identità del medico cattolico è nel dinamismo di questa sintesi coerente, ma non di per sé ripetitiva.  
In conclusione, Angelini non ha mai vestito i panni dell’esule nel territori del cambiamento. È stato per così dire un “conservatore rivoluzionario”, dacché immaginava senza sosta di promuovere cose nuove nella piena fedeltà a principi e tradizioni. Ha cercato il Volto del Signore, anche con spirito missionario, nella dimensione della preghiera e nella quotidianità della vita. Ha vissuto a lungo e dunque, altrettanto a lungo, lascerà il segno di una viva e profonda testimonianza. Da prete romano.