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L’ultimo chiodo nel feretro della Prima Repubblica

L’ultimo chiodo nel feretro della Prima Repubblica, chiuso da un bel pezzo, può essere conficcato. Giulio Andreotti non c’è più. Una biografia da poco smerciata nelle librerie, lo innalza al livello di un monarca assoluto: “Divo Giulio” e basta. Senza articolo determinativo, come usava per gli imperatori romani.
Nell’immaginario collettivo si è affermata la leggenda di un individuo intento a tralignare gli eventi, a nascondere, depistare, occultare. Il “Grande Vecchio della politica italiana”. Basta un documento per sancirne la statura politica di “machiavelli del ventesimo secolo”: il “papello” che sancì la successione con De Gasperi padre fondatore della Democrazia Cristiana, il famoso documento in otto punti contro la nascita di quella che fu definita la Lista del Papa, che auspicava l’alleanza della Dc romana con i Monarchici e quello che rimaneva della destra fascista.Un documento di una lucida idea della politica, di chi possiede l’intelligenza degli eventi come avrebbe detto Leonardo Sciascia. Era il politico italiano (dicitur), di cui i servizi segreti americani si sarebbero fidati nel caso in cui uno dei colpi di stato “da operetta” degli Anni Settanta avesse trovato attuazione. Alcuni notisti chiosarono che i vari golpe venivano messi in piedi per permettere poi ad Andreotti di reprimerli e passare alla storia come un eroe.
Definì il megalomane genio criminale di Michele Sindona, “salvatore della lira”, quando il banchiere siciliano si era inventato una speculazione ai danni della nostra moneta per attribuirsi meriti da salvatore; forse l’unica occasione nella quale qualcuno è riuscito a ingannarlo. Attento lettore della terza pagina del Corriere della Sera negli Anni Settanta per cogliere i mutamenti del costume, sottolineava a penna rossa gli articoli di Pier Paolo Pasolini. Da un lungo colloquio con Flaminio Piccoli di ritorno da un viaggio negli Usa, l’idea di fondare anche nel nostro paese una facoltà di Scienze Sociali. Nacque L’Istituto di Scienze Sociali di Trento, che poi diventò facoltà di Sociologia dove muoveranno i loro passi alcuni dei capi fondatori delle Brigate Rosse. “In qualche modo i comunisti li abbiamo aiutati noi ad abbracciare la lotta armata”, ha riconosciuto nel trentennale del sequestro Moro; testimoni riportano che dopo aver ricevuto la notizia dell’eccidio di Via Fani non pianse, ma vomitò copiosamente.
Aldo Moro scrisse dal suo carcere del popolo parole con inchiostro al veleno: “Indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana”.
Si era defilato progressivamente dopo la sentenza definitiva che lo vedeva accusato di essere un “mafioso”: reato estinto per avvenuta prescrizione, risultato di pareggio; per alcuni una sconfitta, per altri una vittoria. Era totalmente scomparso dalle cronache dopo aver consegnato alla storia il suo archivio personale. Una volta Enrico Cuccia – eminenza felpata dell’economia italiana – gli disse scherzando che se fosse stato davvero il più grande mafioso del pianeta non lo avrebbe mai saputo neanche lui.
Se davvero esistono le maschere dell’italiano, ha detto una volta il regista Dino Risi, allora Giulio Andreotti è il dramma, così come Bruno Cortona ne “Il sorpasso” è stato lo spaccone per antonomasia, l’italiano irruento e sbruffone che sarebbe esploso nel modello del berluscoide, lo smargiasso post litteram, l’italiano della “Milano da bere”.
Sulla foto ultraminimalista che campeggia ancora nel sito web del Senato si potrebbero scrivere trattati di semiotica e pagine di (psico) analisi. La didascalia è quanto di più semplice possa esistere: Professione,”giornalista”.
Pensate allo sconcerto dello storico del terzo o quarto millennio difronte a una simile biografia paratattica, liofilizzata, ellittica all’ennesima potenza rispetto alla  mole di eventi storici di cui è stato sospettato essere il motore unico. Scriveva nel suo breviario del politico usato da generazioni di giovani politici desiderosi di entrare nelle file della Dc: “Quando devi comunicare  nell’ordine: “vai, scrivi oppure telefona”. Erano tempi non sospetti, le intercettazioni telefoniche poche e mirate. Pronunciate con il tono sommesso ma laconico del Conte Zio di manzoniana memoria: “Troncare e sopire” ossia lasciar decantare senza dare seguito. Questi rimangono i suoi imperativi.
L’interpretazione che ne ha dato Tony Servillo rimarrà scolpita nella storia del cinema. L’ufficiale medico che lo visitò per la visita di leva sentenziò che di lì a poco sarebbe morto. E’ stato lui stesso a raccontare l’episodio: “Tornai all’ospedale militare del Celio un anno dopo, cercai quel medico e venni a sapere che lui era morto la settimana prima”.
Il grande tessitore, il temporeggiatore, l’infinito scultore di trame politiche e (a detta dei suoi nemici) complotti ora non c’è più. “Entrista cinico” lo ha definito Aldo Giannuli, per la sua capacità di sfruttare le voci di eventi improbabili per accrescere il suo prestigio. Alla commissione parlamentare d’inchiesta che lo interrogava circa l’incontro avvenuto tra lui e un mafioso celeberrimo e dove avrebbe ricevuto in dono un vassoio d’argento, rispose che si era recato in quel luogo per “parlare di problemi dell’ittica”.
Indro Montanelli scrisse negli Anni Settanta la segreteria di Andreotti era diventata “il primo e il più grande servizio centralizzato e automatizzato di raccomandazioni”. Si era sbagliato anche lui, lo era sin dagli Anni Cinquanta.
Uno dei pezzi  forti dello spettacolo del comico Beppe Grillo (quando ancora faceva ridere) era l’annuncio della possibilità di conoscere i misteri italiani alla dipartita dello “Zio Giulio”, previo svitamento della scatola nera che ha sulla schiena. Neanche per nulla ha ragione. O meglio se in quella “scatola nera” c’era qualcosa, bisognerà attendere quaranta anni (sempre che il tempo non venga ulteriormente esteso), perché i documenti sono coperti da segreto di stato. Non rimane che prenderne atto. Un giorno gli storici andranno a leggere quelle carte.

Patrizio J. Macci