Nel 1968 Brass rifiutò la regia di Arancia Meccanica per finire di girare uno dei suoi film più espressivi, “L’urlo”. Quella pellicola sarà protagonista dell’omaggio che la Casa del Cinema vuole dedicare agli ottant’anni del regista. Davanti alla sua cinepresa Gigi Proietti e Tina Aumont si spogliarono degli abiti borghesi per interpretare il grido di una generazione che stava vivendo una vera e propria esplosione di libertà.
Il film racconta di una ragazza che abbandona sull’altare il promesso sposo, rifuggendo così il mondo borghese che lui rappresenta. Scappa con un altro uomo con cui conduce un’esistenza libertina, contornata dalle più varie esperienze senza la benché minima inibizione. “Un film del sessantotto e non sul sessantotto – lo descrive il regista Tinto Brass – A Londra, dove girai le riprese, respiravo ogni giorno gli umori rivoluzionari che aleggiavano nell’aria. Penso che questo mio lavoro sia una delle espressioni più esatte e puntuali di quel periodo. Perché lo ha documentato in presa diretta. Il senso? Più che di senso bisognerebbe parlare di non senso: nel senso di dissenso, cioè rifiuto di un mondo totalmente dissennato”.
La proiezione de L’Urlo e l’incontro con Tinto Brass sono un’occasione anche per conoscere le vicissitudini di una pellicola bloccata per censura dal 1968 al 1974 e ripercorrere i momenti più significativi della carriera del regista: un percorso artistico unico, fatto di ricerca, di trasgressione, erotismo e soprattutto libertà. Il maestro veneziano sarà presente alla proiezione giovedì 7 novembre alle 19, per partecipare poi all’incontro moderato da Vita Santoro, docente di Letteratura e Cinema all’Università di Bari.
Sono lieto di ricevere questo speciale omaggio – commenta con soddisfazione Brass. Sono fiero de L’Urlo ma devo confessare che mi è costato parecchio, perché fu questo il film per cui persi l’occasione di girare Arancia Meccanica”. Tinto Brass è anche autore della sceneggiatura e del montaggio, prosegue con coerenza un discorso cominciato nel 1964 con Chi lavora è perduto sulla tragica condizione dell’uomo moderno. Il film non narra una storia, come avverte al suo inizio ma vuole essere una testimonianza: un’esplosione di rabbia. Il grido di gioia disperato di chi tenta di uscire dalla palude di un mondo carico di violenza, di meschinità e di miseria. Lo spettacolo esaltante della libertà e della vita contrapposto all’umiliante realtà quotidiana della schiavitù e della morte.


