Roma non smette mai di sorprendere, ma stavolta lo stupore si è trasformato in indignazione. Tavolate imbandite, candele, camerieri in livrea, atmosfera da ristorante panoramico con vista sulla Capitale: tutto perfetto, se non fosse per il dettaglio che fatto fare un balzo sulla sedia a Fabio Rampelli, vicepresidente FdI della Camera: il luogo. Non un hotel, non una terrazza privata, ma le terrazze dell’Altare della Patria, il Vittoriano, uno dei simboli più riconoscibili — e più sacri — della storia nazionale.
Una offesa alla sacralità del monumento
Rampelli pubblica le foto sui social, denuncia quella che definisce una “offesa alla sacralità del monumento” e racconta di aver parlato con la direttrice del complesso, Edith Gabrielli, per chiedere una revisione delle concessioni che permettono questi eventi. Il nodo, secondo lui, è semplice: la promozione diffusa dalla società di catering di lusso Le Voilà Banqueting consente di organizzare banchetti aziendali e ricreativi in uno spazio che custodisce la memoria del sacrificio di centinaia di migliaia di soldati, oltre al Museo centrale del Risorgimento.
Indignazione legittima e comprensibile
Rampelli insiste sul valore simbolico del luogo: la fiamma perpetua, il picchetto d’onore che veglia giorno e notte, la funzione commemorativa che l’Altare della Patria esercita da oltre un secolo. Per questo, sostiene, le reazioni indignate di molti cittadini sono “comprensibili e legittime”.
Il Vittoriano, negli ultimi anni, è stato al centro di una politica di apertura e rilancio, con mostre, iniziative e un nuovo rapporto con la città. Ma la denuncia di Rampelli riporta la discussione su un terreno delicato: quello del rispetto, della memoria, dell’identità collettiva. E costringe a interrogarsi su come l’Italia gestisce i suoi luoghi più iconici, sospesi tra storia e contemporaneità, tra sacro e profano, tra tutela e fruizione.

