di Fabio Carosi
Il sindaco Ignazio Marino è di Genova e certe vicende romane ancora non le ha chiare. Sfidare il santuario del Divino Amore è un po’ come voltare le spalle a Roma. Nel primo fine settimana del mese, appuntamento storico della città, al posto della consueta processione dal centro alla campagna romana, in cinquecento rovinano la festa dei Fori Imperiali liberati dalle auto, costringono la presidente della Camera Laura Boldrini ad abbandonare la piazza, convincono a rimanere chiuso in casa il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e, infine, tengono sotto scacco un paio di reparti speciali dei Carabinieri e della Celere.
Addio Notte dei Fori Imperiali. Doveva essere una festa per la liberazione di una parte del Colosseo dalle automobili, diventa invece una notte da dimenticare. Provate a chiedere all’ambasciatore del Giappone come è stata la serata del 3 agosto: ad un certo punto vagava spaesato senza capire cosa stava accadendo alle sue spalle: invece della musica e dei nastri da tagliare si è ritrovato circondato da due cordoni di polizia che avevano diviso la via dei Fori in tante sezioni per impedire all’esercito del “No Discarica” di consegnare al sindaco due caciotte e una bottiglia di vino: i prodotti della terra nella quale la follia dei politici vorrebbe metterci una discarica.
Concerto dell’Accademia di Santa Cecilia tra i fischi, ressa ovunque con fischietti e cori anti discarica. Migliaia di turisti che hanno assistito a una gazzarra continua; un paio di leggeri contusi tra i manifestanti e la paura che la manifestazione diventasse qualcosa di diverso. Anche perché nel terzo settore isolato, quella fascia realizzata tra piazza Venezia e San Pietro in Carcere, c’era la politica che soffiava sul vento. Alemanno, Augello, Piso e la Belviso: il centrodestra che non governa più si è messo a soffiare sul cattivo odore della discarica sperando di rovinare la festa a Ignazio Marino.
Così è stato. La notte dei Fori, quella coi vigili urani che distribuivano i volantini col programma e la nuova viabilità, è stata guastata. Ma non dalla politica. I comitati anti-discarica hanno raggiunto l’obiettivo: mezzo pianeta ha capito che Roma chiude alle auto e apre ai rifiuti nella campagna che produce e dà lavoro e lunedì 5 agosto verranno finalmente ricevuti dal sindaco-medico al quale chiederanno come si fa a vivere e lavorare con una discarica a 20 metri da vigneti, oliveti e preziosi allevamenti di bestiame. E poi le case.
IL CORTEO SFIDA LA CELERE
La “colonna Divino Amore” arriva in “zona operazioni” intorno alle 20 con un paio di trattori che vengono bloccati alla Bocca della Verità. Poi i pullman partiti dalla Falcognana, da Santa Maria delle Mole, da Marino e da Castel di Leva atterrano davanti al tempio di Castore e Polluce. E’ la seconda colonna, quella ribattezzata “Calzetta”, perché organizzata dall’ex presidente del Municipio. Anxhe perché quello nuovo del Pd si è gaurdato bene dal presentarsi. Tra organizzati e spontanei, sono circa mille le persone che prendono alla sprovvista le forze dell’ordine, dislocate tra via di San Gregorio e i Fori. I manifestanti sono armati di fischietti, trombette, striscioni, manifesti, passeggini con bambini e biciclette. I più organizzati hanno anche l’acqua. Si chiede di passare ma l’ordine pubblico li convince a percorrere via della Greca, passando quindi per il Circo Massimo. Con loro ci sono anche i politici che, dopo una prima vetrina vengono isolati e messi all’angolo.
In prima fila ci sono un florovivaista, cinque casalinghe, diversi agricoltori, alcuni ragazzini e un trattorista. Il resto sono gente qualunque che in passato l’unci corteo che ha fatto è la processione al Divino Amore. Capiscono il tentativo di fargli fare il giro di Roma e tenerli lontani dalla celebrazione dei Fori e ripiegano su via Petroselli. É ressa, volano schiaffi e insulti. La polizia tenta il primo cordone sempre su Bocca della Verità ma viene surclassata dai passeggini e dalle carrozzine. A quel punto la piazza impazzisce. Arrivano i blindati, i carabinieri e i manganelli con gli scudi. Dall’altra parte ancora passeggini e cori di vergogna. Il corteo bypassa il cordone e si presenta al teatro Marcello. Qui parte anche una manganellata che prende alle gambe un ragazzo che ha una tabaccheria. Zoppica ma non molla.
ARRIVO AI FORI
Ancora tafferugli a piedi della scalinata dell’Ara Pacis e ancora tentativi di sfondare il blocco. L’atmosfera è da guerriglia, sale l’adrenalina e la paura che qualcuno si faccia male. Ancora un cordone in piazza Venezia e l’ennesimo superamento, poi si entra ai Fori e qui il blocco si fa serio. Le luci della festa diventano quelle dei blindati, mentre l’abbigliamento più evidente sono le tenute anti-sommossa. Tutti, fermi soprattutto i politici. Nella calca ne approfitta il rettore del santuario, Don Fernando che, silenzioso, supera polizia e carabinieri e apre la trattativa: “Voglio parlare col sindaco e consegnargli i prodotti della nostra terra”. Arriverà davanti al nastro ma dopo che un agente della Polizia Municipale gli strappa delle mani lo stendardo Sacro del Santuario e poi viene accerchiato dagli abitanti. E’ ancora ressa e chi ci rimette è la vicecomandante dei Vigili Urbani, Donatella Scalfati che tenta anche lei di impadronirsi dello Stendardo e finisce per darselo in testa da sola.
TAGLIO DEL NASTRO SOTTO ASSEDIO
Impiegati del Comune e Cerimoniale ci provano a stendere il nastro per il sindaco in largo Corrado Ricci. Fronte Colosseo quasi cinquantamila persone premono per passeggiare; fronte piazza Venezia, tutti bloccati dai cordoni di polizia. In mezzo il sindaco di Roma Marino, la presidente della Camera Boldrini, cinque-sei assessori divenuti dalla mattina alla sera da ex okkupanti a forza di governo e di ordine”; un centinaio tra giornalisti, fotografi e operatori. Il fronte della gente dilaga e tutti si mescolano con tutti. Il nastro si taglia, ma il caos è servito. Doveva essere una festa, entrerà nella storia come una notte da incubo.



