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Operazione “Militia”, dalle piazze alle chat: la propaganda estremista corre online

La Polizia è intervenuta anche a Roma nell’ambito di un’inchiesta sulla diffusione online di contenuti suprematisti e antisemiti: dal materiale analizzato sarebbero emersi perfino riferimenti alla violenza e all’utilizzo di armi

Operazione “Militia”, dalle piazze alle chat: la propaganda estremista corre online

Nel corso degli anni internet si è imposto come spazio di libertà, confronto costante e accesso illimitato (o quasi) alle informazioni. Questa stessa apertura, però, ha reso spesso la rete uno strumento straordinario attraverso il quale messaggi estremisti e propaganda possono trovare terreno fertile, raggiungere nuovi destinatari e costruire comunità difficilmente individuabili senza dover per forza passare dalle piazze, dalle sedi fisiche o dai palcoscenici tradizionali. Anzi, gruppi chiusi, canali digitali e conversazioni crittografate sono sempre più diffusi e possono trasformarsi in luoghi in cui idee radicali sembrano andare incontro ad una progressiva normalizzazione.

È in questo difficile contesto che si inserisce la recente operazione “Militia”, condotta dalla Polizia nei confronti di tre giovani attualmente indagati per istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa online.

Le chat, i contenuti estremisti e il materiale sequestrato dalla Polizia

Le perquisizioni sono state eseguite all’alba del 9 luglio a Roma, Caserta e Savona nei confronti di tre ragazzi di età compresa tra i 20 e i 26 anni. Gli interventi della Polizia Postale e delle Digos delle tre province si inseriscono nell’ambito di un’indagine coordinata dal Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica della Lombardia e diretta dalla Procura della Repubblica di Milano, con il coordinamento operativo del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica e della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione.

Operazione “Militia”, dalle piazze alle chat: la propaganda estremista corre online
Dalle conversazioni private ai gruppi digitali, il confine tra comunicazione online e diffusione di contenuti estremisti è uno dei nodi al centro delle indagini sulla radicalizzazione in rete

L’inchiesta nasce dall’analisi delle conversazioni online e dall’approfondimento del materiale acquisito durante una precedente attività investigativa del 2024, che aveva già interessato dodici persone per ipotesi di reato analoghe. Per quel che riguarda le prime ricostruzioni in merito all’indagine odierna, invece, i tre avrebbero utilizzato piattaforme di messaggistica istantanea, nello specifico Telegram, per aggregarsi e diffondere contenuti legati a ideologie estremiste di matrice suprematista, razzista e discriminatoria, nonché all’ideale di difesa dell’identità nazionale. In aggiunta, nelle conversazioni analizzate sarebbero emersi riferimenti a possibili azioni violente e all’impiego di armi, mentre gli indagati si sarebbero dichiarati vicini a “Terza Posizione”, movimento politico extraparlamentare di estrema destra nato in Italia alla fine degli anni Settanta.

Gli inquirenti stanno ora lavorando per definire il ruolo dei singoli partecipanti e il livello di organizzazione raggiunto. Nel corso delle perquisizioni sono stati infatti sequestrati diversi dispositivi informatici, ritenuti fondamentali per ricostruire contatti, conversazioni e modalità di diffusione dei contenuti, oltre ad armi a salve e softair, manganelli, coltelli, bandiere, manoscritti, libri e altro materiale propagandistico. Gli accertamenti hanno riguardato anche alcuni profili social utilizzati per veicolare determinati messaggi, gli stessi che in più occasioni sarebbero stati chiusi dalle piattaforme a causa del contenuto pubblicato.

Il nodo centrale dell’inchiesta riguarda proprio la capacità della propaganda online di superare i confini dei piccoli gruppi e di raggiungere un pubblico più ampio. Gli investigatori sono chiamati a ricostruire non solo la natura dei ciò che viene condiviso, ma anche e soprattutto il ruolo assunto dai singoli partecipanti, la presenza di eventuali dinamiche organizzative e il possibile passaggio dalla condivisione di materiale ideologico alla pianificazione di condotte concrete. Il rischio evidenziato dagli accertamenti sul fenomeno è che determinati ambienti digitali possano favorire percorsi di radicalizzazione, specialmente quando l’elaborazione di visioni estremiste si accompagna alla legittimazione della violenza e alla ricerca di strumenti per compierla.