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Pazzi per la Pistelli. E c’è la fila. “La mia è un vita dedicata ai bambini”

Chi è Brunella Maiolini, preside del circolo di via Monte Zebio, la scuola dove la parola d’ordine è accoglienza. “I piccoli di oggi sono nativi digitali e anche l’insegnante più preparato in confronto a loro è un immigrato, esiste un gap incolmabile… Noi puntiamo su uUn unico agglomerato che comprende storia, scienze e geografia: le discipline che nella scuola primaria consentono di scoprire le risposte ai mille “perché”. Intanto si festeggia il record di disabili iscritti: “Abbiamo insegnanti super specializzati, anche per il primo soccorso”. Delusa dalla politica. LA GALLERY

di Valentina Renzopaoli

Accoglienza è la sua parola d’ordine, gli occhi dei bambini il centro di un universo tutto da costruire e far sbocciare. Sessant’anni, sposata, un figlio cuoco appassionato alla politica, lei è un vero faro, una guida sempre pronta e attenta per oltre milleduecento piccoli uomini e donne alle prese con il difficile compito della crescita e per le loro famiglie.
Brunella Maiolini è la preside da sei anni una delle scuole più antiche e importanti di Roma, il Circolo Didattico Pistelli di via Monte Zebio, un’imponente struttura che  rappresenta un’eccellenza scolastica e un punto di riferimento anche, e soprattutto, per quei bimbi che devono superare difficoltà e disagi.
Lei insegna da venticinque anni anni: come sono cambiati i bambini nell’ultimo decennio?
“Le differenze ci sono a partire dalla modalità di comunicazione: i bambini di oggi sono nativi digitali e anche l’insegnante più preparato in confronto a loro è un immigrato, esiste un gap incolmabile. La loro forma mentale multitasking è la prima differenza su cui lavorare. Poi ci sono le differenze sociali, il rapporto con la scuola: un tempo esisteva una maggiore delega e fiducia nella scuola, oggi si deve faticare per costruire la fiducia, che non viene data per scontata”.
Come è cambiata la scuola?
“La scuola oggi rappresenta solo una parte del sistema della formazione in cui è immerso il bambino. La scuola è sempre meno il soggetto che trasmette lo scibile e la cultura e sempre di più quello che aiuta a saper selezionare e organizzare le informazioni”.
Fare l’insegnante è una missione, una vocazione, un lavoro o un mestiere?
“Vorrei definirla una professione che deve esprimere un’alta professionalità. Il termine missione comporta un concetto che non si accompagna ad un rapporto di lavoro. Il lavoro dell’insegnante richiederebbe un Ordine e un codice deontologico, poiché il ruolo, lo scopo, la finalità educativa sono talmente importanti per l’individuo e la società che credo debba essere considerato non solo in termini di riconoscimento economico e sociale, ma anche dal punto di vista delle regole comportamentali. Si dovrebbe arrivare ad una consapevolezza forte all’interno della categoria che dovrebbe sentire la necessità di un sistema di regole riconosciuto”.
Quale dovrebbe essere la prima regola di questo codice?
“Il rispetto per il bambino, per l’individuo, la sua identità. Partire sempre dal bambino e mai dalla disciplina”.


Come mai ha scelto questo percorso?
“Perché mi piaceva fare l’insegnante, in certi momenti oggi rimpiango un contatto più diretto con gli alunni”.
Dove ha insegnato?
“Dal 1989 al 2007 ho insegnato matematica all’Istituto Rizzo a piazzale degli Eroi. Erano gli anni in cui è nata l’autonomia scolastica e in cui mi sono appassionata all’organizzazione scolastica. In quella scuola abbiamo creato un modello molto interessante di orario flessibile che consentiva di mettere insieme percorsi differenziati. Così ho deciso di partecipare al concorso ordinario per dirigenti scolastici, un concorso che si svolse con modalità uniche nella storia italiana, durò tre anni tra esami, formazione, tirocinio. Vinsi il concorso”.
Perché ha scelto la scuola Pistelli?
“A dire il vero perché, da ex insegnante, avevo paura di invadere il campo dei miei colleghi insegnanti: scegliere una scuola elementare e dell’infanzia mi consentiva di dividere meglio i ruoli. In breve tempo la scuola primaria mi ha affascinato e me ne sono innamorata. I bambini sono spugne, i più piccoli sono come un fiore che si apre, lavorare con loro suscita grandi aspettative”.
Quanti bambini frequentano questa scuola?
“I bambini dell’Elementare sono novecento divisi in otto sezioni, i bambini dell’Infanzia sono duecentocinquanta, sette sezioni in questo plesso, altre tre presso la Vaccari. Abbiamo sperimentato un modello organizzativo di tipo europeo per le sezioni delle elementari del “tempo normale” da trenta ore settimanali, che prevede l’insegnante prevalente e un insegnante che svolge come ambito disciplinare la “scoperta del mondo”. Un unico agglomerato che comprende storia, scienze e geografia: le discipline che nella scuola primaria consentono di scoprire le risposte ai mille “perchè”.
E poi dallo scorso anno sotto la sua direzione c’è anche la scuola Giovanni XXIII di viale delle Medaglie d’Oro.
“Sì, l’operazione è stata fatta a seguito di un ridimensionamento che nasce da esigenze di risparmio. La Giovanni XXIII è una piccola scuola con un originale orientamento musicale. I bambini posso scegliere l’insegnamento di uno strumento tra chitarra, violino, flauto traverso e pianoforte. Inoltre sono previste le ore di musica d’insieme, ossia orchestra. Hanno degli insegnanti straordinari, pensi che quest’anno la scuola ha vinto il primo premio assoluto al concorso per le orchestre scolastiche che si svolge a Livorno”.
Il vostro istituto comprensivo vanta anche un vero fiore all’occhiello, quale?
“Ne andiamo orgogliosi: la Scuola Speciale Primaria Vaccari che dà la possibilità a circa trenta bambini disabili gravi di frequentare la scuola, cosa che non potrebbero fare in un istituto normale, i casi gravi necessitano infatti di strutture e servizi particolari e di un presidio medico. Qui il rapporto adulto/bambino è altissimo e questo ci consente di intervenire con grandi risultati. Abbiamo insegnanti super specializzati, anche per il primo soccorso. Ci tengo a sottolineare che si tratta di una struttura non alternativa alla scuola normale ma complementare”.
Una particolare attenzione ai bambini che mostrano delle difficoltà è una caratteristica della vostra scuola: quali sono i problemi più frequenti?
“I più frequenti sono disturbi, più che disagi, come la dislessia, la disortografia, discalculia: in questi casi i bambini non hanno deficit cognitivi e, se seguiti in modo competente, possono raggiungere risultati uguali e anche maggiori”.
Come?
“Attraverso strumenti dispensativi oppure compensativi: la nostra scuola ha adottato metodi specifici per queste situazioni già prima della legge 170 del 2010, che ha prescritto una serie di trattamenti obbligatori per questi disturbi. Sono diversi anni che abbiamo aperto uno Sportello proprio per la dislessia ad esempio”.
Quali sono invece i disagi sociali più frequenti?
“Nella nostra scuola non ci sono moltissimi figli di immigrati ma invece abbiamo numerosi casi di bambini adottati, che sono comunque degli stranieri: questi bambini, che si devono adattare ad un nuovo Paese e ad nuovo contesto familiare, hanno bisogno quindi di una grande competenza nell’accoglienza. Poi ci sono i bambini che vivono una situazione di separazione nella loro famiglia: anche in questo caso è necessaria un’attenzione particolare”.
Qual è stato il suo più grande successo?
“Il fatto che questa oggi sia una scuola riconosciuta come di successo. Abbiamo così tante richieste di iscrizioni che quest’anno non ne abbiamo potute accettare ben 66. Ed è un successo di squadra: ho trovato un ottimo gruppo docente, una forte appartenenza, anche tra la componente genitoriale. Pensi che i genitori hanno costruito un progetto che si chiama “Un tesoro per la scuola” che mette a disposizione degli altri gratuitamente tempo e competenze di ciascuno di loro. E poi tra i successi posso annoverare la grande apertura della scuola al territorio: la nostra struttura è aperta tutti i giorni fino alla 19 e offre attività sportive, culturali, musicali”.
Ha avuto invece delle delusioni?
“La disattenzione per i nostri sforzi da parte della politica”.
In che senso?
“Noi insegnanti ci siamo sentiti soli, ci siamo sentiti dei “resistenti”, dei baluardi in difesa della qualità della scuola, in particolare di quella pubblica. E’ venuto a mancare il riconoscimento e il sostegno”.
Lei ha figli?
“Ho un figlio di 27 anni, è un cuoco. Certo all’inizio mi ha un po’ spiazzato, ma è stata la sua scelta e sono felice perché lo vedo realizzato. Ha trovato una dimensione che gli consente di esprimere se stesso e l’ho persino scoperto gran lavoratore. Ha anche un’altra passione, la politica”.
E’ impegnato in prima persona?
“Beh si è anche candidato alle ultime elezioni comunali, ma non è stato eletto. Ho un grillino in casa, è stato attratto dal Movimento Cinque Stelle e dal valore della partecipazione della gente alla politica”.
Condivide questa scelta?
“Diciamo che l’ho votato. Molti messaggi del Movimento Cinque Stelle non appartengono alla mia storia, le dico solo che io nel Sessantotto ero al Mamiani. Ma condivido molte delle loro motivazioni, anche io credo che la partecipazione sia un valore importante”.