di Patrizio J. Macci
Un artista che non firma e non data i suoi quadri, perché il semplice gesto di mettere un nome all’opera d’arte significa limitarla, impedire una fruizione libera da condizionamenti. Ha scritto sulle sua figura di artista Guido Ceronetti: “Un notissimo sconosciuto, vissuto e morto per la verità, che impone rispetto assoluto”.
Ora c’è la possibilità di seguire il suo percorso artistico nella mostra al Vittoriano fino a febbraio 2015, l’esposizione ha il coordinamento scientifico di Francesca Villanti. Pittore, architetto, illustratore, scenografo, critico d’arte, è stato ingiustamente vittima di un ostracismo post mortem per la sua adesione al Fascismo. La grafica e l’illustrazione così come la osserviamo oggi gli devono moltissimo. Amato e rispettato da Picasso che spese per lui parole di stima quando ancora era in vita, Sironi ha riversato nelle sue tele la speranza in uomo migliore utilizzando i suoi colori con una tecnica straordinaria. Nei locali del Vittoriano oltre alle sue opere (da quelle giovanili passando per le periferie urbane, fino ai giganteschi “muralea”), si può ammirare un fitto carteggio che lo riguarda, una lettera post mortem di Sandro Pertini, artisti coevi che gli chiedono aiuti e consigli per lavorare. Purtroppo l’amicizia con la Sarfatti, amante di Mussolini, e quella con il Duce è stata fatale per la sua fortuna critica.
Sironi ha creduto nell’ideale di rinascita dell’Italia proposto dal fascismo, ci ha sperato nella misura più pulita possibile, cercando di far partecipare il popolo a quelli che erano gli ideali del Ventennio. Quando cadde il fascismo si trovò fuori dal mondo, non perchè estromesso dalla politica, ma perché aveva perso il proprio ideale, quello che era lo spirito che lo motivava a trasmettere un messaggio. La caduta del Regime per lui significò la caduta di tutto . In un momento storico meno incline alle interpretazioni per schieramenti ideologici, il percorso di Sironi può essere finalmente riletto nel suo reale contenuto artistico, senza pregiudizi.
Suggestivo alla fine della mostra trovare le ultime due tele che coincidono con la fine personale e quella del mondo: l’autore raffigura il proprio funerale e poi un’apocalisse.
Una curiosità: nell’esposizione c’è un quadro con una cornice orrenda, un vero e proprio insulto. Il proprietario dell’opera lo ha violentato esteticamente; per lui la condanna peggiore. L’oblio del suo nome in questo articolo.
