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Roma, i balconi hanno smesso di parlare e di parlarci

Dai richiami alle finestre ai cori del lockdown, il balcone è stato per decenni una piccola piazza domestica. Oggi ha quasi perso la voce. E nel suo silenzio racconta perfettamente il passaggio dalla comunità del cortile alla solitudine con fibra ultraveloce.

Roma, i balconi hanno smesso di parlare e di parlarci

Una volta rappresentavano il teatro popolare della città: panni stesi, richiami ai figli, radio accese a tutto volume e conversazioni da un piano all’altro. Poi, durante il Covid, tornarono improvvisamente protagonisti. Oggi restano tende chiuse, condizionatori e assordante silenzio. Anche dai balconi si può misurare quanto Roma sia cambiata.

Qualcuno si ricorda il tempo in cui bastava alzare gli occhi per capire chi abitava in un palazzo? Il balcone era una dichiarazione pubblica: mutande stese senza diplomazia, lenzuola gonfiate dal vento, basilico, gerani, antenne improbabili e signore affacciate con il talento naturale dell’intelligence.

Roma parlava anche in verticale. Dal terzo piano qualcuno chiamava il figlio che giocava in strada, dal quinto partiva un “butta la pasta”, dalla finestra accanto arrivava inevitabilmente la risposta di chi non era stato interpellato. La privacy era un concetto ancora in fase sperimentale.

Il condominio diventato silenzioso

Poi il balcone ha cominciato lentamente a perdere funzioni. Niente più bambini da richiamare perché i bambini in strada sono diventati una specie protetta. I panni sono finiti nelle asciugatrici, le radio negli auricolari, le conversazioni dentro WhatsApp.

Eppure c’è stato un ultimo sussulto. Durante il lockdown del 2020, quando uscire di casa era impossibile, l’Italia riscoprì improvvisamente i balconi. A Roma si cantava, si suonavano chitarre e pentole, si esponevano tricolori e striscioni. Da un palazzo all’altro ci si salutava senza conoscersi. Per qualche settimana la ringhiera tornò a essere una piazza. Fu senza dubbio l’ultima grande esperienza collettiva del balcone italiano. Paradossalmente servì una pandemia, e dunque l’obbligo di stare separati, per ricordarci che dall’altra parte della strada abitavano degli esseri umani.

Dalla ringhiera allo smartphone

Finita l’emergenza, anche quella socialità è evaporata. Oggi molti balconi sembrano sale d’attesa: serrande abbassate, vetri chiusi, motori dei condizionatori appesi alle pareti come monumenti alla climatizzazione. Se compare qualcuno, spesso è per fumare rapidamente o controllare il telefono. Il balcone rappresentava un social network ante litteram con un algoritmo elementare: vedevi chi passava e gli parlavi. Adesso possiamo sapere cosa sta mangiando uno sconosciuto a Tokyo senza conoscere il nome di chi abita due finestre più in là.

Non è necessariamente peggio. È un’altra Roma: più riservata, più tecnologica, sicuramente più connessa. E, curiosamente, molto meno comunicativa.