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Prodi e la “seduta spiritica”. Ecco i documenti. ESCLUSIVO

Prodi e la “seduta spiritica”. Ecco i documenti. ESCLUSIVO
Affaritaliani.it ha rintracciato il carteggio tra il professore candidato alla Presidenza della Repubblica e la Commissione Parlamentare sul caso Moro. La “riunione” è passata alla storia come la seduta spiritica dei “professori” e dal gioco del piattino uscì “Gradoli” come ipotetica prigione dello statista della Dc prigioniero delle Brigate Rosse. Gli inquirenti, ignorando lo stradario di Roma, finirono in provincia di Viterbo. ECCO LE CARTE

di Patrizio J. Macci

Un documento rimasto sepolto da oltre trent’anni nei meandri degli archivi polverosi della Repubblica, del quale si è sempre ammessa l’esistenza e che i cittadini italiani mai hanno potuto leggere. Il carteggio tra Romano Prodi e la Commissione Parlamentare sul Caso Moro che ha come oggetto una seduta spiritica. Un testo che pochissimi hanno potuto vedere. Ora emerge nella sua abbagliante chiarezza e testimonia che Romano Prodi, candidato alla Presidenza della Repubblica, ha partecipato, insieme a un nutrito gruppo di amici e colleghi, a una riunione nella quale è stata coperta una fonte di informazioni.


Per chi non lo ricordasse, l’evento nasce durante una seduta spiritica che si è svolta trentacinque anni fa, nei giorni del sequestro Moro, e dalla quale fuoriesce un nome che risulterà poi essere quello di un covo ancora caldo delle Brigate Rosse. Se il luogo fosse stato individuato nelle ore successive alla segnalazione, la storia del nostro Paese avrebbe potuto prendere una direzione completamente differente. La “riunione” è passata alla storia come la seduta spiritica dei “professori”.
I partecipanti oltre a Romano Prodi, futuro premier per ben due volte, erano docenti universitari o persone che gravitavano intorno al mondo universitario bolognese; insieme a Prodi, ci sono altri due futuri ministri: Mario Baldassarri e Alberto Clo’, il proprietario di casa. Il documento originale che racconta gli avvenimenti, fornisce una narrazione precisa dello scambio di missive tra la commissione e gli “spiritisti”.

Nel 1981 la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani spedisce una missiva, firmata dal suo presidente Dante Schietroma, per chiedere conto a Romano Prodi circa l’esatto svolgimento della curiosa riunione che si è tenuta il 2 Aprile del 1978, durante quelli che sono passati alla storia come “i giorni dell’ira”. La richiesta è esplicita e dal tono cortese, ma perentorio: “…la pregherei pertanto di indicarci chi erano i partecipanti a detta seduta, quale indicazione sia esattamente scaturita e a chi sia stata trasmessa per segnalarla alla autorità di polizia”.
La lettera di risposta a firma collettiva (che affaritaliani.it riproduce nella versione originale) è un capolavoro di equilibrismo semantico e comicità. Scrive Prodi: “In data 2 aprile 1978 in località Zappolino, sito in provincia di Bologna, fummo invitati dal professor Clo’ a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie. Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, ed a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Clò suggerì di fare il gioco del piattino (un piattino su cui tutti i presenti poggiano il dito dopo aver evocato uno spirito guida sottoponendogli alcune domande). L’idea conseguiva all’interesse che in quei giorni – da più parti – fu alimentato intorno a fenomeni di tale natura, senza per altro che nessuno dei presenti avesse predisposizione alcuna di tipo parapiscologico”.
I tentativi proseguono e tra le diverse indicazioni prive di significato emerge anche l’indicazione Gradoli. Il giorno dopo in maniera del tutto casuale per nome del Prof. Prodi tramite il segretario di Zaccagnini, Cavina, la comunicazione arriva ai funzionari di polizia impegnati nelle indagini in maniera abbastanza rocambolesca. Prodi rientra a Roma e porta con sé il suggerimento ricevuto dai “mani”, però gli investigatori non guardano lo stradario di Roma e finiscono a Gradoli (anche su questa perquisizione ci sarebbe da dire parecchio, alcuni affermano che non sia mai avvenuta e che le immagini che scorrono in televisione quando viene rievocata sono filmati di repertorio di un evento mai accaduto), microscopico paese in provincia di Viterbo.
Nessuno potrà mai sapere chi ha fatto filtrare il nome della località, se uno dei partecipanti al gioco del piattino, oppure in – estrema e terribile ratio – se i partecipanti alla riunione non si siano messi d’accordo successivamente firmando un documento con una versione concordata. Come la più classica delle esecuzioni, la vicenda incolpa e assolve tutti contemporaneamente. Come un plotone di esecuzione, in cui tutti i fucili sono carichi tranne uno, e si può sperare di essere innocenti, di essere quello che non ha sparato. Ognuno assolve se stesso da qualsiasi responsabilità, anche l’artefice dell’imbroglio che forse aveva come intenzione solo quella di salvare la vita di Aldo Moro.