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Salvati dalla strada e dagli orchi. I 62mila figli della Don Bosco

Il Borgo Ragazzi al Prenestino compie 65 anni. Luciano di Pietrantonio sceglie Affaritaliani.it per ripercorre la storia dell’oratorio dei salesiani che negli anni ha attuato un’opera assistenziale, educativa, umana e di solidarietà. Nato per dare una riposta alla richiesta di aiuto di centinaia di sciuscià che si guadagnavano da vivere per le strade della Roma liberata, negli anni è diventato un centro di formazione professionale. LA STORIA

Il 18 luglio 1948, non si ricorda solo perché Bartali vinceva la sesta tappa al Tour de France o il nostro paese stava tornando alla normalità dopo l’attentato a Togliatti, ma anche perché fu solennemente inaugurato, dal Cardinale Pizzardo, dal Sindaco di Roma Salvatore Rebecchini, e da una folta schiera di autorità, benefattori, amici e dame patronesse, il Borgo Ragazzi di Don Bosco. Luciano Di Pietrantonio sceglie Affaritaliani.it per raccontare come è stato realizzato il centro di recupero per minori in una parte dell’area demaniale disponibile dello Stato, nell’ex Forte Prenestino.

Nel giugno del 1944, con l’arrivo degli alleati cessava a Roma lo stato di guerra. Non più pericolo d’incappare nelle retate tedesche, non più segnali d’allarmi e fuggi fuggi nei ricoveri, non più coprifuoco e nella notte buio pesto nelle strade. Dopo cinque anni di vita nascosta, o quasi, piena di disagi, di privazioni, di pericoli, di ansie, era possibile respirare tranquillamente. In quel contesto c’era una nuova “categoria”: i ragazzi abbandonati a se stessi, una gioventù senza futuro: “Orfani, smarriti, immigrati, giovani e giovanissimi, che per sopravvivere cercavano di adattarsi a tutto”. Molti divennero Sciuscià, i lustrascarpe dello straniero: ragazzi con una indiscutibile volontà di fare, di guadagnare, dei rendersi utili, anche se talvolta, per raggiungere lo scopo, si piegano a contatto di vizi e spesso li alimentavano. Questo il contesto che veniva denunciato con forza da molti sacerdoti: “ Ci vorrebbe un Don Bosco. Egli non promuoverebbe comitati, non stamperebbe manifesti, non terrebbe conferenze. Andrebbe per le strade della città e accoglierebbe due bambini, dieci giovani, cento fanciulli, e li porterebbe a casa, in una casa. I conti li farebbe dopo, c’è sempre tempo per fare i conti.” Significativo fu l’interessamento di Pio XII, Vescovo di Roma, che manifestò il suo desiderio con queste parole: “Dite ai Salesiani che desideriamo ch’essi si prendano cura di questi ragazzi abbandonati o traviati e facciano quanto Don Bosco ispirerà loro.”
I parroci di molti quartieri collaborarono con i Salesiani. In questi ambienti, anche di fortuna, la periferia di Roma, povera, provata, mandò là  molti dei suoi figli perché fossero sfamati, vestiti ed educati, ma l’esercito dei ragazzi assistiti era sempre più numeroso, occorreva trovare nuovi spazzi e nuove sistemazioni.  Un giorno alcuni giovani salesiani che si erano spinti nel cuore delle borgate periferiche, furono avvinti da uno spettacolo: a due passi dal Quarticciolo, a poca distanza dal Tiburtino III, dalla Borgata Gordiani, da Centocelle, da Tor Sapienza, sorgeva una distesa di capannoni in fila come vecchie sentinelle, come soldati in attesa. “ Qui sarà la casa dei nostri ragazzi!” essi dissero, e iniziò la grande gara di solidarietà per trasformare, gli Sciuscià e i tanti giovani sfortunati, in “ Ragazzi di Don Bosco.”  Dopo un anno, quel luogo che si chiamava “ Forte Prenestino,” fu ceduto all’Opera Salesiana, l’ubicazione della “ nuova opera” si poteva definire strategica, al centro di Borgate popolari e popolate. A marzo del 1947, l’inizio ufficiale dei lavori e il 22 marzo 1948, il trasloco da via Marsala e via Varese con tutte le masserizie; dopo una settimana il Forte Prenestino, uso a vedere soldati, vide una nidiata di circa mille ragazzi che guardavano al futuro. Poi l’inaugurazione e la benedizione del Borgo, di quella storica domenica del 18 luglio 1948. E ancora tanto lavoro per migliorare l’assistenza e lo stare insieme in quel villaggio: i dormitori, i letti, i refettori, le scuole, la chiesa, il salone teatrale, la palestra, i laboratori, le officine per anche imparare un mestiere e gli ampi e spaziosi cortili per i giochi e per pratiche sportive, oltre che accogliere tutti i giorni, centinaia di giovani interni ed esterni.  
Giovanni Paolo II, il 29 marzo 1998, in visita pastorale alla Parrocchia del Borgo “ Gesù Adolescente,” sulla via Prenestina, era atteso da una folla enorme, quando si rese conto che nella Chiesa potevano entrare un decimo dei presenti, ordinò di allestire un altare da campo nei campi sportivi, fra lo sgomento del seguito e della sicurezza, infrangendo il cerimoniale e dando la possibilità a tutti i presenti di partecipare alla Santa Messa. Nell’omelia disse: “I giovani sono il futuro dell’umanità. Preoccuparsi della loro maturazione umana e cristiana rappresenta un prezioso investimento per il bene della Chiesa e della società.”  
Dal 1948 ad oggi al “Borgo Ragazzi Don Bosco” sono stati accolti e sostenuti 62 mila, ogni anno 1.000 usufruiscono liberamente delle strutture oratoriali e 300 vengo ammessi ai corsi del centro di formazione professionale che si fregia della collaborazione di oltre 200 aziende e 35 tra professionisti e formatori ausiliari.
In 65 anni, la nostra società si è profondamente trasformata, ma lo spirito della filosofia educativa salesiana si adegua ai tempi, oggi esistono tre aree educative: accoglienza e tempo libero, formazione professionale, disagio ed emarginazione. Inoltre il Centro Diurno, che si occupa di minori italiani e stranieri; la Casa Famiglia, per i minori con situazioni di disagio personale e familiare; SOS Ascolto Giovani per preadolescenti, adolescenti e famiglie in difficoltà, oltre ad altri servizi.
Dalla buona o cattiva educazione della gioventù – affermava Don Bosco – dipende un buon o triste avvenire della società…” e in una fase in cui sembra mancare la speranza, pensare a come è stato costruito “Il Borgo Ragazzi Don Bosco” può aiutare ad essere ottimisti.