Non è passato nemmeno molto tempo dall’aggressione alla professoressa Isabella Marsilio, aggredita con spray al peperoncino e accoltellata lo scorso 18 settembre da uno studente di 13 anni all’interno dell’istituto Giovanni Verga di Centocelle, che nella Capitale si torna già a parlare di sicurezza nelle scuole. La questione è stata infatti affrontata durante il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto Lamberto Giannini, nel corso del quale si è discusso dei provvedimenti da attuare affinché la violenza possa essere intercettata prima che esploda.
Le misure in campo: più attenzione dentro e fuori dalle scuole
Nello specifico, tra le misure allo studio e che verranno presto messe in campo ci sono controlli casuali delle forze dell’ordine negli istituti e un maggiore raccordo con dirigenti scolastici e insegnanti. L’attenzione inoltre, non riguarderà solamente ciò che accade all’ingresso degli edifici scolastici o all’interno delle aule. Una parte importante delle operazioni sarà concentrata anche sul web. Stando alle prime ricostruzioni, nel caso dell’aggressione al Verga, il 13enne avrebbe utilizzato Telegram e avrebbe avviato una diretta durante l’attacco. Gli investigatori stanno verificando i contatti presenti online e l’eventuale ruolo di persone o gruppi che possano averlo influenzato o istigato, benché al momento si tratti soltanto di ipotesi.

Quel che è certo, però, è che la violenza si fa largo piuttosto facilmente tra i giovani. A fotografare il fenomeno, almeno in parte, è ad esempio l’indagine “(Dis)armati” di Save the Children, pubblicata a marzo, che ha analizzato la diffusione della violenza tra adolescenti distinguendo tra percezione e realtà. Il rapporto segnala un aumento, negli ultimi anni, di reati violenti commessi da minorenni, tra cui rapine, lesioni personali e risse, pur inserendo il fenomeno italiano in un quadro complessivamente caratterizzato da livelli di criminalità minorile contenuti rispetto ad altri Paesi europei. Eppure, è inevitabile chiedersi come può in effetti un ragazzino, a quell’età, arrivare a scuola armato? E quanto di quello che accade tra gli adolescenti nasce o viene alimentato negli spazi virtuali, tra chat, video e gruppi online?
Certo, la violenza giovanile non si può spiegare unicamente attribuendo potenziali responsabilità ai social media, così come non basta chiamare in causa la famiglia o la scuola. Al tempo stesso, però, non si può ignorare ciò che accade online, soprattutto quando la rete diventa il luogo in cui certi comportamenti vengono mostrati, condivisi o trasformati in spettacolo. Proprio per questo, accanto alla sorveglianza e al monitoraggio, il Comitato punta sul confronto attraverso incontri con dirigenti e insegnanti, maggiore collaborazione con le forze dell’ordine e attenzione al ruolo delle famiglie, perché, alla fine, non bisogna esclusivamente cercare di impedire che un giovane giri con un coltello, ma comprendere come si arriva al punto in cui senta di poterlo impugnare.


