È una vera e propria carica, scomposta e visivamente inquinante. Minacciosa avanza dai muri della capitale. Volti di uomini e donne, giovani e vecchi, con i capelli e senza. È la massa dei candidati alle prossime elezioni per il rinnovo dei consigli dei dieci municipi romani. La maggior parte di loro non ha alcuna chance di essere eletto. Spesso dopo lo spoglio non raccolgono neanche un voto, evento quasi assurdo. Per ogni municipio ci sono una media di cinquecento aspiranti. Con un rapido calcolo mentale si arriva a un numero rilevante anche per una città come Roma. Quelli ai municipi sono dotati di un’inventiva ineguagliabile nel panorama della tenzone elettorale. Alcuni hanno fatto tutto in casa: biglietti, locandine, le foto improbabili dei manifesti virate e alterate spesso fino al ridicolo.
Concludendo con l’organizzazione di appuntamenti mangerecci di promozione elettorale allestiti in economia, e i parenti condannati a tagliare chili di pane in cassetta per fare tramezzini con il tonno acquistato in quantità industriale al discount.
Un vecchio maneggione del sottobosco della Dc romana (ma era ricercatissimo da tutti i partiti per le sue capacità di organizzare merende elettorali con budget ridicoli), raccomandava “per mangiare nei quartieri va bene tutto, anche gli avanzi. Purché non siano andati a male e disposti in maniera perfetta”.
I manifesti sono spassosi, alcuni infrangono la barriera del suono del buon gusto comunicativo. Mc Luhan si rivolterebbe nella tomba, Oliviero Toscani scaglierebbe saette incendiarie contro le frasi a corredo dei loro faccioni appesi. Più di uno studio grafico ci ha confessato come avviene il rituale dell’ideazione del manifesto da parte dei candidati economicamente sfigati, lontani anni luce dalle possibilità di pagare uno spin doctor e un’agenzia pubblicitaria. Arrivano nello studio, gli vengono mostrati sopra uno schermo i manifesti con due o tre fotomontaggi, scelgono quello che gli sembra meno peggio e poi “visto si stampi”.
Peccato che i motti spesso sono sempre gli stessi a rotazione, alcuni tipografi mantengono una cartella archiviata sul computer per l’appuntamento successivo, senza neanche avere il buon gusto di verificare se il materiale è stato già utilizzato per un altro candidato, magari neanche del medesimo partito.
È il “rush” per entrare nel grande fratello della politica. “Se non sei dentro, sei proprio fuori” disse un candidato alle elezioni americane di cui mai nessuno ricorda il nome quando viene citato. È la lotta per rimanere meritatamente ignoti.
Patrizio J. Macci
