L’attrice americana protagonista di Alice nella Città con The Accompanist. Attacca il governo statunitense, difende Gaza e scommette sui giovani. In platea anche i leader del campo largo. Il cinema diventa politica, con tanto di passerella.
A ottant’anni appena compiuti, Susan Sarandon non ha alcuna intenzione di trasformarsi in un monumento di Hollywood. Preferisce continuare a fare rumore. E a Roma, ospite di Alice nella Città, ci è riuscita senza neppure dover recitare. La premio Oscar è arrivata nella Capitale per presentare The Accompanist, opera prima di Zach Woods, e ricevere il Womenlands Excellence Award 2026. Ma il cinema è diventato rapidamente il pretesto per parlare di politica, libertà e diritti civili. Con un pubblico d’eccezione: Elly Schlein e Giuseppe Conte. Per una sera il campo largo ha trovato una star internazionale capace di metterlo d’accordo. Almeno davanti ai fotografi.

La ribelle che non chiede permesso
Sarandon non ha mai considerato la celebrità un buon motivo per tacere. Dall’Iraq a Gaza, passando per le battaglie contro le discriminazioni, ha accumulato polemiche, contestazioni e conseguenze professionali. A Roma ha rivendicato ogni scelta. Meglio pagare il prezzo delle proprie opinioni che sacrificare la coscienza sull’altare della carriera.
Durissima contro l’amministrazione americana, accusata di aver smarrito sensibilità e principi morali. Nel mirino anche l’ipotesi di trasmettere pubblicamente un’esecuzione capitale: una barbarie, secondo l’attrice, che trasformerebbe la morte in spettacolo. Sulla Palestina, poi, nessuna concessione alle formule diplomatiche. Sarandon ha denunciato le sofferenze dei civili a Gaza e in Libano, invitando soprattutto i giovani a non abituarsi all’orrore. Perché l’indifferenza, prima ancora della rassegnazione, rischia di diventare una forma di complicità.
Schlein, Conte e il campo largo formato Hollywood
Al cinema The Space Moderno, cinque sale esaurite hanno accolto l’attrice. Tra gli spettatori anche Schlein, che ha dialogato con lei sulla Palestina, e Conte, salito sul palco per ringraziarla dell’impegno civile. Un piccolo vertice dell’opposizione in versione cinematografica. Mancava soltanto il programma elettorale nei titoli di coda.

Sarandon, invece, ha preferito parlare ai ragazzi, descritti come consapevoli, preparati e giustamente arrabbiati. E ha difeso il cinema indipendente, quello che non dispone dei miliardi dei blockbuster ma conserva la possibilità di mettere in discussione il pensiero dominante. Il risultato è una serata in cui la politica ha cercato i riflettori e il cinema ha rivendicato il diritto di fare politica.
Con una differenza: Susan Sarandon non sembra interessata a conquistare voti. Le basta non perdere la propria voce.
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