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Toh! L’Olivetti Studio 45. La macchina della Bdm

Femminile e seducente come erano i manufatti degli Anni Settanta, quando tutto era meccanico, i display non esistevano e la frequenza della parola “digitale” nel linguaggio di tutti i giorni si contava sulle dita di una mano mozza di tre dita: sono passati solo quattro decenni, ma un’era tecnologica ci separa da quel periodo. È in bella mostra davanti ai miei occhi, ti viene voglia di metterle le mani addosso e farci un giro. La carrozzeria in Abs verde smeraldo le conferisce una solidità invidiabile. È completa di tutto, come se fosse appena uscita dalla catena di montaggio. Me l’hanno gentilmente fatta ri-trovare i frequentatori di una “bisca” fumosa e puzzolente, un covo di perdigiorno, appaltatori di delitti contro il patrimonio, piccoli truffatori e ricettatori in una viuzza anonima a pochi chilometri dal Lido di Ostia.
Ci sono  arrivato mentre ero sulle tracce di una fotografia: qualcuno mi ha insufflato via mail, l’esistenza di uno scatto fotografico che cattura gli appartenenti a due “batterie” della Banda della Magliana prima dell’inizio di una partitella a calcio. In palio il bottino di una rapina, teatro dell’evento uno scalcinato campetto di viale Marconi. Arbitro il severissimo “Renatino” De Pedis. Prima del fischio d’inizio la classica foto di gruppo. Verificato con i miei occhi che l’immagine esiste, è in una sorta di pantheon-sacrario dietro allo sportello di un mobile lercio, prendo atto a malincuore che gli adoratori della BdM a divulgarla non ci tengono proprio: “È una questione di previti (privacy i. e.), dotto’. Manco a quelli della televisione l’avemo fatta vede quanno so’ venuti a fa le riprese.  E ce voleveno pure da’ li sordi. C’è mì fratello, che nun è mai stato carcerato, che ride vicino a uno abbracciato che c’ha er fero (la pistola) in tasca. Se la vede la moje lo caccia de casa!”.
Segue un quarto d’ora di traccheggiamenti e tre caffè corretti, ma la trattattiva si arena. Me ne vado deluso, infreddolito e incazzato dopo aver scarabocchiato un telefono e un indirizzo di posta elettronica sulla lavagna dove segnano i punti del biliardo, casomai ci dovessero ripensare o volessero mandarmene una riproduzione.
Scaltro d’udito, l’uomo con i denti neri rosi dalla tossicodipendenza è rimasto nell’angolo della sala senza mai uscire dall’ombra. Ha una faccia nota ma non riesco a ricordare dove posso averlo visto. Mi ha sorriso con una smorfia, non ha perso una parola del match verbale con i suoi compari gaglioffi. Annuisce quando dico che oramai “sono fatti storici, e non c’è più rilievo penale, non rischiano nulla a darmene una copia o farmela fotografare”.
È lui che deve aver faticato non poco a trasportarla fino a casa mia e lasciarla parcheggiata davanti al portone. Ha citofonato e si è dileguato. Perché così accade: ogni tanto gli oggetti scompaiono nel flusso delle cose, per riemergere ad anni luce di distanza. Esistono nei romanzi e nella fiction, ma averne davanti uno originale è tutt’altra cosa. Il primo pensiero è che mi trovo davanti a un corpo del reato, ma poi rifletto che probabilmente è prescritto. A questo punto penso di restituirla all’azienda che l’ha costruita, ma anche quella non esiste più. Fallita, inghiottita dal tempo. L’attende un triste destino, è stata nascosta in un garage per trentanni e ora rischia di tornarci. Ma lei era stata concepita per altro, non ha mai trovato mani che la sfiorassero con amore. Però l’hanno custodita al sicuro conservandola gelosamente per preservarla fino a questo appuntamento.
La  Banda mise a segno un colpo, convinto di trovare soldi contanti o valori e invece rubò delle macchine da scrivere. Marca Olivetti modello “Studio” 45 per la precisione. Quello che ho davanti è probabilmente l’unico esemplare esistente e certificato di quel furto. Nuova fiammante completa di valigione verde smeraldo, fodera antipolvere per coprirla e imballi originali. È un corpus delicti di una bellezza unica, un monolite culturale. Messo a tacere di nuovo l’impulso di chiamare l’avvocato Arrighi per capire se rischio di finire in gattabuia, ci infilo un foglio e controllo: funziona perfettamente. Chissà se è intonsa oppure con il nastro è stato scritto qualcosa? La semiotica degli eventi sembra voler dire: “Accontentati e continua a fare il tuo lavoro”. Una settimana dopo vado alla bisca per cercare di saperne di più, ma il ritrovo è stato smantellato: “chiuso per sfratto” recita un cartello sbilenco. Dai vetri sporchi intravedo lo spazio vuoto e completamente demolito. L’uomo dai denti marci è sparito insieme alla foto e tutti i suoi segreti. Forse un giorno emergerà di nuovo anche lui.
La macchina da scrivere mi guarda dal tavolo sussurrando: “Accontentati e chiudila qui questa storia, ma continua a cercare perché la verità è ancora tutta da raccontare”.

Patrizio J. Macci