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Il Sociale
Emergenza casa: un patto tra governo, regione e comune

di Silvia Davite

Di Umberto Bossi si può pensare quel che si vuole, di certo non che sia privo della capacità di comprendere le situazioni (e le persone) come pochi altri. E se il capo si occupa del problema casa in Lombardia, qualcosa vorrà pur significare. Per esempio che l'emergenza casa, come quella del lavoro, c'è e c'è tutta.

Accade cosi, dunque, che il fondatore della Lega Nord partecipi poco prima di Natale ad una cena di beneficenza, alla quale lui stesso contribuisce, per aiutare un varesino senza casa. Un varesino che risiedeva e lavorava in zona e che, una volta licenziato, si trasferisce in Trentino per non rimanere senza lavoro. Si trasferisce, residenza compresa. Quando anche lì scade il contratto di lavoro, l'uomo rientra nella terra natia... ma i cinque anni di residenza previsti dalle leggi regionali per accedere alle case popolari, non li possiede più. Come se non bastasse la possibilità di valutare deroghe alla graduatoria e ai requisiti, il Presidente Maroni li ha giustamente arginati come la legge gli consente di fare. Già perché le assegnazioni delle case è uno di quei punti su cui occorre che ci si metta d'accordo: o diciamo che le graduatorie hanno un valore per la salvaguardia dei diritti di tutti i cittadini, e chi scrive la pensa proprio come il Presidente Maroni, oppure diciamo che non ce l'hanno quel valore e allora le aboliamo del tutto, con buona pace dei fans del principio di trasparenza. Di sicuro una riflessione sul concetto stesso di bando casa va fatta.

Comunque nel caso qui raccontato, il risultato è stato che il varesino doc, non un marocchino, un albanese, un norvegese o un sudamericano, è rimasto senza protezione sociale a causa di leggi varate nel 2004, 2007 e 2009 e solo il buon cuore di chi sta meglio di lui lo ha temporaneamente sorretto. Tutto questo per dire che amministrare la cosa pubblica è difficile e che tra i principi tradotti in legge e la realtà c'è un abisso possibile da colmare solo se ciascuno abbandona, anche solo per poco, la propaganda.

L'emergenza casa a Milano e in Lombardia non viene governata da anni. Questo è il punto. E tutto per via di uno scontro ideologico tra pubblico e privato che l'Europa ha superato già oltre 10 anni fa con la definizione di "casa sociale" e che in Italia solo ora stiamo faticosamente sanando. Uno scontro ideologico tra forze politiche diverse che non ha fatto bene a nessuno e uno scontro tra interessi legittimi, è inutile negarlo, piegati alla burocrazia e incapaci di considerare l'utenza come forza sociale utile a spingere l'innovazione e la qualità della gestione dei servizi di pubblica utilità.

Oggi un passo avanti è possibile ma serve un accordo tra Governo, Regione e Comune (chiunque sieda a breve sulla poltrona di Palazzo Marino). Quindi ben venga la scelta del Presidente Maroni di affrontare il tema con cautela, equilibrio e ricercando una convergenza più ampia possibile: di fronte ai cittadini in difficoltà, infatti, i cantieri pubblici abbandonati a Vimodrone come a Pieve Emanuele, o quelli privati sfitti e invenduti, a Sesto per citarne uno per tutti, fanno piangere il cuore.

Per avere successo su questa strada occorre però anche un'attenta analisi sull'uso e sulla gestione di tutto il patrimonio assumendo come orizzonte culturale il dato che l'ufficio stampa di Nomisma ha diffuso appena qualche giorno fa: l'edilizia pubblica risponde solo ad 1/3 delle famiglie disagiate. Un accordo pubblico privato, dunque, non è più rinviabile: sul sistema affitti e la gestione del patrimonio, per la definizione di un canone unico e una riforma delle assegnazioni in base a quote di reddito, per un uso sapiente delle tasse locali e della fiscalità generale capace di garantire la buona gestione e la tenuta del sistema stesso.

Così si riuscirà anche ad evitare il consolidarsi di quartieri ghetto dando risposta al bisogno casa. Di tutti, anche al varesino o milanese doc che emigrano per lavoro.

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