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Ha salvato 40 immigrati dal naufragio, ma adesso rischia il fallimento  perché durante il soccorso ha distrutto buona parte della propria imbarcazione.

E’ l’incredibile parabola di Franco Campo, armatore di Mazara del Vallo. Prima eroe, poi vittima, beffato dal coraggio del suo equipaggio. Ieri paladino degli ultimi, oggi dimenticato da tutti. “Soprattutto dallo Stato” s’infervora lui. “Il ministero dell’Interno mi aveva promesso  rimborsi, ma non ho ancora visto niente”. Un salvataggio rocambolesco, rischiosissimo anche per i soccorritori, diventato paradossalmente una sciagura. Un gesto d’umanità che si ritorce contro.

L’episodio risale al 22 febbraio 2011, nel periodo in cui decine di nordafricani sbarcavano sulle coste di Lampedusa in seguito alle rivolte della rivoluzione araba. L’imbarcazione dei fratelli Campo, 33 metri di lunghezza e 8 metri di larghezza, si trovava in una battuta di pesca al largo dell’isola siciliana. Erano le 10 di mattina, quando improvvisamente un elicottero della guardia di finanza si avvicinò ai pescatori. “Ci ordinarono di recuperare le reti e andare a venti miglia di distanza, dove una carretta di migranti rischiava di affondare”. I siciliani partirono a tutta velocità. Franco Campo non si trovava a bordo ma seguì passo passo gli spostamenti del suo equipaggio. Pochi minuti e i pescatori raggiunsero i profughi. A bordo c’erano anche gli scafisti. Trentotto persone complessivamente. Momenti di panico, anche perché la barca di Campo era predisposta per ospitare un massimo di 12 persone. Poi l’ordine dal Comando generale della Capitaneria di Roma: “Trasferite a bordo della vostra imbarcazione gli immigrati”. Le operazioni di salvataggio, eseguite dai nove pescatori dipendenti dei fratelli Campo, durarono oltre un’ora. Poi il tentativo di approdo verso Lampedusa, la terra più vicina, dove arrivarono il giorno dopo. Giunti nelle vicinanze dell’isola, il mare era molto agitato. “Era rischioso entrare in porto ma la Capitaneria ci ordinò di entrare ugualmente”. Durante l’avvicinamento all’isola, l’imbarcazione sfiorò una falla, complice il mare mosso, quindi colpì uno scoglio. “Eravamo molto vicini a terra, la barca si è inclinata, i migranti si sono buttati a mare e sono arrivati i sommozzatori”. Si salvarono tutti, ma la barca riportò ingenti danni: motore fuori uso, scafo spaccato.

Quasi 200 mila euro di danni. “Finora ho pagato le riparazioni di tasca mia. I creditori mi hanno fatto un’istanza di fermo e per tutto lo scorso agosto non ho potuto utilizzare l’imbarcazione”, una delle più importanti del suo parco barche, composto da sette barche. Niente pesca per buona parte dell’estate con quella imbarcazione. Calano gli affari, complice anche la crisi economica. Anche perché, spiega Campo, “quella barca era la più competitiva, l’unica che poteva effettuare uscite a Cipro, Algeria, Libia”. Il ministero dell’Interno, nel 2011 guidato da Roberto Maroni, promise rimborsi. Franco Campo, dopo i lavori di riparazione, ha mandato tutte le fatture a Roma, ma “è passato quasi un anno e ancora non ho ricevuto rimborsi”. E adesso si sente abbandonato: “Mi hanno sbattuto al muro” ripete con la voce affranta. “Sono a un passo dal fallimento”. In tanti esprimono solidarietà a Campo, ma lui ormai non ci crede più: “E’ soltanto retorica”.

 

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