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Il Sociale
Terzo settore, ecco come la riforma cambierà ancora al Senato

Altro che passaggio formale, il cammino sarà ancora lungo: la legge delega che riforma il terzo settore è destinata a cambiare e, probabilmente, anche a migliorare. Se qualcuno, dopo il via libera dell’aprile scorso a Montecitorio, pensava che il passaggio al Senato sarebbe stato molto più rapido, agevole e semplice di quello alla Camera, sarà bene che si ricreda: il primo giorno di lavoro a Palazzo Madama è servito a capire che il testo cambierà, e anche se non arriveranno sconvolgimenti epocali, la proposta avanzata dal relatore (un insieme di aggiustamenti e alcune innovazioni) rende evidente che l’iter non sarà né rapidissimo né semplicissimo. C’è da lavorare ancora, insomma, all’insegna del detto che per far bene le cose ci vuole tempo.

Teatro di questo impegno sarà la Commissione Affari Costituzionali, che si è vista confermare dalla presidenza del Senato la titolarità ad esaminare il testo in sede referente, vincendo così il derby con la Commissione Lavoro che aveva sollevato un conflitto di attribuzione e che si dovrà invece accontentare di stare alla finestra. Anche se, come noto, è proprio fra le sue fila che è stato scelto il relatore.

Nel pomeriggio di martedì 12 maggio, dunque, in Commissione Affari Costituzionali è stato incardinato ufficialmente il testo e il  relatore Stefano Lepri (Pd) ha svolto la relazione introduttiva. Otto pagine fitte in cui viene reso merito e onore al lavoro compiuto alla Camera ma vengono anche segnalati una pluralità di punti che a giudizio del relatore andrebbero modificati per dare una maggior coesione e una maggiore efficacia al testo.

Lepri propone anzitutto di perfezionare la definizione di “terzo settore” per specificare oltre ogni ragionevole dubbio di interpretazione che in esso possono stare dentro, rispettando certe condizioni, anche le realtà impegnate in attività sportive, culturali, di protezione civile, di recupero ambientale. E anche le imprese sociali, che del terzo settore “fanno indiscutibilmente parte a pieno titolo”. Ma proprio sulle imprese sociali Lepri avanza una proposta che farà discutere, perché interessa uno dei temi sui quali più veementi sono state le polemiche: la distribuzione degli utili. Per il relatore serve “un testo più rigoroso che eviti il rischio di interpretazioni estensive e alla fine poco rispondenti all’orientamento non profit del terzo settore”.

Altro tema caldo, quello dei controlli. Lepri non mette in discussione e dà anzi “per acquisito” il principio di assegnare al ministero del Lavoro le funzioni di controllo e monitoraggio degli enti del terzo settore (niente Authority, dunque), ma dice a chiare lettere che senza risorse economiche adeguate a tal fine dedicate tutto ciò rischia di “rimanere mera enunciazione di principio”. E propone dunque di assegnare a tal fine “una piccola parte della dotazione prevista” dalla legge. Siccome poi c’è modo e modo di controllare, aggiunge che sarebbe il caso di graduare meglio i meccanismi di controllo insistendo soprattutto sugli enti più grandi e su quelli che hanno finanziamenti pubblici, guardando non alla forma giuridica ma al tipo di azione svolta (non “chi” fa, ma “cosa” fa). E a proposito di chi fa, viene ipotizzato di mettere a disposizione risorse anche per la ristrutturazione di beni pubblici o di beni confiscati dati in gestione a soggetti del terzo settore.

Fra gli altri numerosi punti, Lepri fa riferimento alla necessità di esplicitare l’esclusione dal terzo settore non solo di partiti e sindacati, ma anche degli enti a loro collegati come le fondazioni legate ai partiti o a loro esponenti, e spinge per l’inserimento nel testo di previsioni relative alle fondazioni. Parla del “codice del dono” come principio ispiratore, chiede un intervento a favore dei lavoratori del terzo settore, propone misure concrete per facilitare sia la tenuta del Registro Unico sia la procedura di riconoscimento della personalità giuridica delle associazioni. E sul volontariato, oltre a dichiarare guerra ai “rimborsi spese” e al loro utilizzo improprio, illustra una vera e propria “riorganizzazione dei Centri di servizio per il volontariato”. Osservazioni non marginali ci sono, infine, anche per il servizio civile, il cinque per mille e l’uso della nozione a fini fiscali di “ente non commerciale”. Il cammino è ripreso. Da domani al via la discussione generale in Commissione. (da redattoresociale.it)

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