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Il Sociale

Mamme che diventano figlie delle loro figlie. E figlie che diventano mamme delle loro mamme: è questo scambio di ruoli, complicato e straordinario, che Laura Chiossone racconta nel suo primo lungometraggio, “Tra cinque minuti in scena”, prodotto da Rosso Film, da domani al cinema. Protagonista è Gianna Coletti, che nel film interpreta se stessa: una donna di circa cinquant’anni, attrice di teatro, divenuta “madre di sua madre”: un’esperienza che, nella realtà, Gianna ha iniziato a raccontare anche nel suo blog, Mammaacarico. Il film racconta infatti il rapporto quotidiano tra una figlia cinquantenne e una mamma novantenne che ha ogni momento più bisogno di lei: una mamma esigente, perché piena di necessità, di paure, di fissazioni, di “capricci”, con cui riempie la vita di sua figlia, a volte privandola della possibilità non solo di costruirsi una storia d’amore, o una vita sociale, ma anche di “mangiare almeno un uovo in pace”. La regista e l’attrice raccontano il film, il blog, ma soprattutto quel rapporto complicato tra mamme che diventano figlie di figlie che diventano, improvvisamente, le loro mamme.

Laura Chiossone, come è nata l’idea di raccontare il rapporto di cura tra figli adulti e genitori anziani?
Avevo già affrontato il tema in modo più tecnico con un documentario, quando Gianna ha cominciato a raccontarmi della sua rocambolesca relazione di cura, dipendenza, amore e follia con sua mamma. La mamma di Gianna, Anna, ha un carattere dirompente: anche ora che è allo stremo della vita e delle forze, riesce a spiazzarla con il suo sarcasmo feroce. In loro ho visto la possibilità di affrontare la tematica in modo inedito, in un certo senso con “leggerezza”, perché insieme trasmettevano un’energia e una tenerezza che aiutavano a raccontare dinamiche e meccanismi in modo inaspettato.

Cosa vi aspettate da questo film? Quali riscontri state ricevendo?
Tutto e niente. In un certo senso credo abbiamo già vinto: chi si trova in una condizione simile, di cura e assistenza di un familiare non autonomo, vedendo il film si sente sollevato, meno solo, rinfrancato. Ce l’hanno detto in tanti, fuori dai festival e ora nelle mail che arrivano al blog di Gianna, Mammaacarico. Questo è il risultato migliore al quale potevamo aspirare!Credo che abbiamo portato alla luce un tema di grande attualità sociale, che rimaneva nell’ombra come un tabù: e questa è la seconda vittoria. Poi usciamo al cinema, in sala: anche questo non è certo scontato per un film indipendente e dalla tematica così delicata come il nostro. Ora, l’ultimo goal sarebbe che, grazie al tam tam del passaparola, il film avesse lunga vita…incrociamo le dita!

Gianna Coletti, come è nata l’idea del blog “Mammaacarico”?
E’ venuta dopo il film: ci sembrava giusto portare avanti questo argomento, che evidentemente tocca da vicino tante persone. Mi arrivano infatti moltissimi commenti e lettere di donne spesso disperate, che si trovano incastrate in questo rapporto: non riescono a superare la rabbia, non sanno trovare la leggerezza che, invece, è un aspetto fondamentale del rapporto. Anche nel blog, cerco di restituire questa leggerezza, attraverso l’ironia: non voglio che sia un contenitore di dolore. É struggente per me vedere mia madre che si consuma, che si spegne: ma anche in questo strano rapporto si possono trovare momenti di gioco e di gioia. Mi rendo conto, però, che questa leggerezza si conquista col tempo, dopo tanta paura e tanta rabbia di fronte all’obbligo dell’accudimento. E’ l’ultima “tappa” di questo rapporto in continua evoluzione.

Quali sono le altre “tappe”?
Inizialmente, c’è solo la paura: paura di non saper gestire un problema così grande. Io ne ho avuta molta, all’inizio, quando mia madre ha perso la vista, oltre 20 anni fa. Era ingovernabile, rivendicava la sua autonomia, nonostante la sua condizione. Non accettava la cecità: ancora adesso mi chiede di accederle la luce. Eravamo iscritte alla sezione milanese dall’Uic, che organizzava anche cene e soggiorni. Ma lei si rifiutava di partecipare: “Cosa fado a fare in mezzo a tutti quegli sguerci?!” Poi, sono subentrati problemi sempre maggiori e lei era sempre più ingestibile: rifiutava le badanti, ho scoperto che una, per disperazione, dormiva per le scale. In un certo senso, è diventato più facile gestirla quando è diventata del tutto non autosufficiente, tre anni fa, dopo l’ennesima caduta... Tanta paura, quindi, all’inizio: ma anche tanta rabbia. Non capisci perché la vecchiaia di tua madre non è come l’avevi immaginata, magari è più complicata di quella dei vicini. E poi spesso ci sono conflitti ancora aperti tra te e tua madre,il livore è ancora vivo e tu ti trovi a doverti prendere cura di lei. Ora, ho superato questi sentimenti: resta solo il bisogno di accompagnarla verso la fine nel migliore dei modi. Si dice che la vita si sia allungata: in realtà, però, si è allungata moltissimo la vecchiaia. Quel che manca è l’empatia con il “vecchio”: non ci rendiamo conto di quanto possa aver paura, di quanto possa soffrire. Bisogna avere la forza non solo di sopportarlo, ma anche di supportarlo.

Tua mamma è presente nel film, interpretando la propria parte. Come è stato possibile realizzarlo?
Quando ho detto a mia madre che avremmo girato un film su di lei, è stata felicissima, per via del suo ego smisurato. Naturalmente, se l’è dimenticato un attimo dopo. Tutte le scene in cui compare mia madre sono state girate a casa sua: è un vero e proprio documentario all’interno del film. Mia madre ovviamente non recita: non sarebbe capace di imparare una parte a memoria. Quando giravamo, lei ne era messa al corrente, ma lo dimenticava un attimo dopo. Così, nel film, mia madre è semplicemente mia madre e quello che si vede è il nostro rapporto reale.

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